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PAOLO SAPORITI «Cerco sempre di ascoltare e rimanere in contatto con quello che provo nel profondo»

All’inizio l’idea era quella di tagliarla un po’, di renderla più agile, più… digeribile. Poi, pensandoci bene, ci siamo accorti che questa intervista di Paolo Saporiti funzionava e funziona bene così com’è. Perché fotografa a meraviglia l’entusiasmo, il tormento e l’intelligenza di un artista che l’anno scorso ha sfornato il miglior disco ascoltato dalla nostra redazione e che fra poche settimane tornerà nei negozi con un progetto che lo vedrà al fianco di Xabier Iriondo e di Giorgio Prette. Insomma, mettetevi comodi. Ne vale la pena.

Due dischi in un anno. Uno già uscito e uno pronto a uscire. Partiamo da qui?

«Sì, dopo l’uscita di “Paolo Saporiti” nel 2014, qualche mese fa è stato il turno di “Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza“. Progetto che nonostante tutte le parole spese, anche a sproposito, da parte di alcuni tuoi colleghi che me ne hanno contestato la velocità per varie ragioni soggettive, mi è costato una grossa fatica emotiva e non. I tempi di gestazione e concezione sono stati molto brevi ma il lavorio interiore e l’impegno generale spossanti checché se ne pensi. La coda pure».

Poche settimane e sarà invece la volta di un altro lavoro.

«Siamo a qualche settimana dall’uscita di “Todo Modo” (16 ottobre 2015), progetto nel quale ho cantato e scritto i testi per un trio formatosi in compagnia di Xabier Iriondo e di Giorgio Prette. Ne parlavamo da tempo con Xabier e finalmente il giorno è giunto e la nostra collaborazione ha preso una forma diretta e concreta, non mediata soltanto dal lavoro in studio e di arrangiamento ma di gruppo».

Ti ricordi com’è nato il progetto?

«Un giorno Xabier mi ha chiamato al telefono e mi ha proposto di collaborare a un nuovo progetto: i Todo Modo. Non ti nascondo che ho pianto qualche lacrima per la felicità e per il rispetto e la stima che nutro nei confronti suoi e di tutto quanto sta attorno a lui, a Giorgio e a uno dei pochi gruppi (gli Afterhours) che comunque si è dimostrato capace, in Italia, di un percorso invidiabile».

Molti di quelli che sono indipendenti oggi, sarebbero mainstream se soltanto potessero o venissero ascoltati davvero e presi in considerazione. In pochi si sono “messi in proprio” per questioni di ricerca o concettuali

Riavvolgiamo il nastro. Che valore dare, oggi, al tuo disco uscito nel 2014?

«“Paolo Saporiti” era una sorta di “punto-e-a-capo”, soprattutto per l’utilizzo dell’italiano. L’inizio di una nuova fase della mia carriera, anche se, dentro di me, tutto ancora oggi ha il peso e il valore di un “sono quello che sono e da qui parlo e canto sempre, dal mio presente, pregno del mio passato e futuro”. Cerco sempre di ascoltare e rimanere in contatto con quello che provo nel profondo, senza mediazioni e la musica si muove nel rispetto totale dei miei sentimenti e delle mie sensazioni, giorno per giorno».

Ancora un passo indietro. Nell’ultimo disco hai voluto parlare ancora più esplicitamente della tua famiglia. Un processo già seguito da tanti negli ultimi anni (mi vengono in mente Appino ed Edda più recentemente). Permettimi una provocazione, perché a un certo punto è più facile raccontarsi in una canzone piuttosto che chiarirsi una volta per tutte coi propri genitori?

«Accetto la provocazione e ti dico che tutto ciò credo che sia il giusto risultato dei tempi che viviamo e di quello che è successo negli anni di arte e musica passati. Il cantautore e l’arte in genere, hanno abbattuto le barriere della “metafora a tutti i costi”, della narrazione di una storia “altra da noi” e dalla nostra esperienza diretta per poter essere raccontata. Quindi ci troviamo di fronte a un giusto e riconosciuto viaggio verso l’interno, che prima è stato soltanto sottaciuto o nascosto più o meno velatamente, figlio o forse ormai nipote del ‘900. Quali sono allora le figure che più hanno abitato i nostri mondi e le nostre fantasie, se accettiamo davvero il dialogo con il profondo, in buona parte dei casi? Le figure genitoriali. Quindi, come possono esimersi dal trattare tale argomento, persone che fanno della verità e della ricerca della verità, almeno interiore, la propria scelta di vita intorno ai quaranta anni? Io Appino non lo conosco e neanche Edda ma se il mondo non fosse così lontano dal conoscersi e affrontarsi davvero, credo che questa non sarebbe una sorpresa, anzi. Si parla sempre e comunque di mondi interiori che vengono donati e proiettati all’esterno, non di realtà, nelle canzoni».

Anni fa in un’intervista mi dicesti: “…io sto tutto il giorno con le cuffie, vado a dormire con le cuffie e quando finisco di ascoltare qualcosa, fischietto”. E’ cambiato qualcosa oppure la musica resta sempre la tua miglior compagna?

«Compagna fedele, lei, sono forse io ad averla un poco tradita, con qualche aspetto di realtà in più. Effettivamente mi gongolavo un po’ troppo in un mondo immaginifico, fatto di musica e sola fantasia e fantasmi, che ora ho deciso definitivamente di affrontare “alla pari”, senza idealizzarli troppo. Così è cambiato qualcosa, certo, e la mia miglior compagna oggi è la mia compagna femminile, fatta di carne e di ossa, Silvia. Senza musica e senza di lei sarei comunque un uomo a metà, come lo sarei senza libri, cibo, sport, suo figlio, i musei e i borghi antichi che ancora lei mi ha fatto conoscere. Anche nel rapportarmi a tutto questo, con lo stesso entusiasmo, la musica continua a vivere al mio fianco, dentro di me, perennemente nell’attesa di essere manifestata perché tutto quello che faccio e vivo è musica ed espressione».

Nelle tue canzoni c’è spesso un vago (o esplicito) riferimento a Dio e a qualcosa di non tangibile, al male, al bene. Che rapporto hai con la Fede e con tutto ciò che non è strettamente materiale?

«Con la Fede e Dio, ho un rapporto di dialogo e confusione giovanili che si stanno chiarendo sempre più perché relegati in un angolo, nel dimenticatoio, per tutta una serie di vicissitudini che mi hanno portato a travisarne troppi significati e contenuti. Due su tutti: i miei genitori erano anticlericali, nonostante questo mi hanno fatto battezzare e fare la comunione, io ho rifiutato la cresima. Mia nonna è fortemente credente e ricordo quando mi faceva inginocchiare ai piedi del letto per chiedere che la malattia di mio padre si risolvesse (la schizofrenia di cui parlo nel titolo del disco). Ecco, lì c’è stata la rottura e la bestemmia. Se qualcuno ti mette nella condizione di pensare che la Fede sia uno scambio di merce o di favori, ebbene lì è finita e poi ci vuole soltanto del tempo per fare ordine. Questo è il peccato, lo spreco che ho vissuto, il fraintendimento di qualcosa e la sua mistificazione, cosa che poi ho vissuto riguardo anche ad altri aspetti della mia vita e della mia famiglia, come l’amore o l’odio per la psicoanalisi. Mia madre e il suo secondo marito sono più o meno psicoanalisti, dovrei scendere in dettagli ma non ne ho voglia ora, perdonami. Il rapporto tra bene e male mi ha coinvolto e abitato per lungo tempo negli anni passati e ancora capiterà ma oggi, ripeto, è tutto molto più organico e terreno, meno ideale, per quanto questo sia possibile».

Ho una sorta di necessità profonda di comunicare all’altro quello che provo e sento dentro. Tutto viene vissuto da me, nella sua pienezza, con una voglia di comprensione e di ascolto dell’altro atavica

Negli ultimi tuoi lavori esce forte il bisogno di confrontarti ad armi pari con le tue paure. C’è qualche paura però che non sei mai riuscito a tradurre in canzone?

«Non saprei, dovrei rileggere tutto quello che ho scritto per risponderti al meglio e magari la risposta risiede proprio in qualcosa che non è neanche mai stato pubblicato, quindi l’impresa è ancora più ardua ma posso dirti che tutto quello che scrivo è scritto con uno spirito di condivisione radicale, ho una sorta di necessità profonda di comunicare all’altro quello che provo e sento dentro. Tutto viene vissuto da me, nella sua pienezza, con una voglia di comprensione e di ascolto dell’altro atavica».

Un altro tema ricorrente della tua poetica è la morte. So che magari è un tema delicato, ma perché è così ricorrente nella tua testa e come mai talvolta è una morte che sembra virare più verso il suicidio?

«La morte l’ho sperimentata presto, come tutti, se si fermano a pensare. E’ contenuta nella vita. Quindi, se ognuno di noi si ferma a riflettere e meditare, può trovare morte e vita in ogni attimo della giornata. Conviverci non è così difficile, basta volerlo e non continuare a negare quello che di importante abbiamo davanti ai nostri occhi e nei nostri cuori. Forse, fino a ora, sono stato un poco violento nel parlare di questi argomenti ma credo fortemente nel fatto che chi prova a esprimersi per quello che sente, trovandosi inevitabilmente in contatto con quello che passa nell’aria di vero e profondo, non possa fare altro che esprimerlo nel bene e nel male. L’arte poi è questo, non New Age o Fate bene fratelli, anche se forse è venuto il momento in cui l’arte per la gente comune conta talmente più niente che siamo noi in difetto, non gli altri a non vedere».

Ci sono diversi tuoi brani che si prestano ad arrangiamenti… elaborati in forma classica. Ti sei mai immaginato a Sanremo con l’orchestra?

«Ovvio che sì: “Erica”, ad esempio, nasceva quando avevo diciotto anni proprio con quello spirito».

Hai lavorato con una major e conosci benissimo la scena indipendente. Mi dici le cose che più ti hanno colpito in positivo della tua esperienza con Universal e mi dici anche perché la scena indipendente è spesso così autoreferenziale?

«In Universal ci sono persone che mi hanno voluto molto bene (spesso, proprio quelle, ora sono a spasso o già nell’al di là, purtroppo) e altre con le quali, non so ancora perché, non ho avuto alcuna profonda e seria possibilità di accesso. Diciamo che lì, per la prima volta nella mia vita, ho sperimentato sentimenti, rivolti verso di me e la mia musica, che non avevo mai conosciuto, tipo una sorta di disinteresse inspiegabile, visto che comunque qualche soldo per me veniva investito. Questa è la cosa che con maggior difficoltà ho dovuto riconoscere, capire e accettare, poi spiegare a me stesso nei giorni successivi: se anche qualcuno ti sceglie, non è detto che per questo “ti ami” o ti voglia aiutare davvero a crescere. Meccanismo che ancora non avevo valutato o voluto accettare della vita e che ora invece riconosco».

Parlami della scena indipendente…

«La scena indipendente italiana, io non so se è così autoreferenziale come dici ma credo che in un sistema fallimentare come quello musicale italiano, mantenere il controllo e il contatto con se stessi e con gli altri, è molto complicato. Diciamo una cosa però, il mondo Indie non è neanche quello che è stato alla sua nascita, ovvero figlio di una scelta, è diventato una necessità. Questo è il dramma. Molti di quelli che sono indipendenti oggi, sarebbero mainstream se soltanto potessero o venissero ascoltati davvero e presi in considerazione. In pochi si sono “messi in proprio” per questioni di ricerca o concettuali, tutto qui. Il messaggio quindi si è molto slabbrato e confuso e in tanti, se soltanto venissero considerati, si metterebbero a fare esattamente quello che il mercato chiede loro per questioni di successo».

Tra le tue passioni c’è anche il teatro, e se non sbaglio per un certo periodo di tempo hai anche lavorato in quell’ambiente. Spesso il teatro è finzione, è messinscena, è maschera. Anche scrivere una canzone – con tutte le sue regole – è un po’ mentire al pubblico e magari anche a se stessi raccontando un po’ di verità e un po’ di bugia?

«Ho studiato e, in quell’ambito, lavorato per sei anni. Forse tra gli anni maggiormente formativi della mia vita, oltre alle scuole elementari. Per il resto, liceo e università, mio malgrado, il mondo della formazione e della scuola, sono stati tutti un grande bluff. Io ho fatto teatro ma ho fatto un teatro che non corrisponde affatto al brutto teatro degli anni bui in cui tutto è stato distanza da sé e falsità nei gesti, nelle parole e nell’abitare il palcoscenico. Io ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che lavoravano per portare noi, me, sempre più nel centro di noi stessi e dell’altro, per poter lasciare uscire e accadere “delle cose”, che solo ponendosi domande sul chi siamo e chi non siamo, possono o hanno potuto portare da qualche parte di sempre nuovo e fertile. L’arte, quella che mi ha convinto, è un’arte che si pone e pone delle domande a se stessa e al pubblico. Le pone all’altro, perché crede nell’altro e nel rapporto con l’altro, e a se stessa perché sa ascoltare le proprie azioni e reazioni, improvvisazioni. Tutto qui. Se mento a me stesso, mento all’altro e ognuno di noi sa e sente dove è stato o è falso, soprattutto su un palcoscenico. Ecco, io ho lavorato per anni per togliere ogni falsità dalla mia vita, sopra e sotto il palco, e altrettanto continuerò a fare».

Se guardo alla tua produzione nel complesso, direi che sono state tante le donne che per mille motivi ti hanno deluso. Non voglio chiederti nulla di strettamente personale o sentimentale, però mi piacerebbe sapere da te cos’hai capito delle donne nel corso della tua vita anche attraverso le tue canzoni e la scrittura delle stesse?

«Ho capito che vanno amate e rispettate, come e tanto quanto dovremmo riuscire ad amare e rispettare noi stessi. La delusione deriva da un’aspettativa che non c’entra per nulla con l’amare qualcun altro. Evidentemente, e per tanti anni, io come tanti altri, ho vissuto di aspettative e della necessità di essere ascoltato, senza riuscire a metterla a terra. Forse questa è una grande ammissione che il mondo dovrebbe dedicare a se stesso, un inizio e un’opportunità che dovremmo cogliere tutti assieme e, il mondo di Facebook, credo esacerbi questa necessità in maniera molto evidente. Andrebbe letta meglio. Invece continuiamo a rimanere così tanto in superficie da non voler mai neanche affrontare o ammettere quello che sta sotto i primi due centimetri di spessore dell’acqua del mare».

Credo che tu abbia raccolto molto meno di quanto seminato negli ultimi anni. C’è un rimprovero che ti fai?

«Aver vissuto troppo di aspettative, anziché capire che amo quello che faccio e che sono diventato veramente, tanto da rischiare di pregiudicarne il valore, aspettando».

Torniamo a “Todo Modo”. Cosa conterrà il lavoro in uscita? Quali tematiche? E’ un side project (per te e per gli altri) oppure ha le credenziali per essere qualcosa sul quale investire nel tempo? 

«Tutti brani nuovi, inediti. Tutta materia prima, composta e registrata in tempi molto stretti, per rispettare un’idea di urgenza e musica spontanea e primitiva. Si va dalla ballata più intima, già nelle mie corde, al brano quasi hip hop nel cantato, allo sfogo noise. Quasi privo di sovra incisioni, si tratta di un disco al quale ho cercato di partecipare nel modo più onesto e puro possibile, senza pormi troppi problemi in relazione alla storia dei miei due compagni e di chi cantava prima con loro. Ho cantato e scritto tutto quello che ho potuto nel rispetto dei sentimenti che andavamo vivendo ora dopo ora. Un progetto totalmente nuovo nelle sue caratteristiche. Ho scritto in termini più sociali e, allo stesso tempo, credo di aver mantenuto il mio piglio e il mio modo di guardare e di intendere le cose della vita. Tutto tranne che un side project dunque, per ognuno di noi, se per side project si intende un progetto al quale si dedica relativa attenzione e tempo nei fatti e nei pensieri, e al quale non si concede seguito, anzi. Credo proprio che la fame e le ragioni di tutti e tre fossero molto alte e che non siano ancora sopite».

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