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PETRINA
Foto di Francesca Bottazzin

PETRINA «In "Be Blind" racconto gli occhi che non vedono, gli occhi che non vogliono vedere»

Ciò che ci piace di Petrina è la sua continua voglia di portare a un livello superiore la musica che maneggia. E questo con tutti i rischi collegati. Be Blind” è il suo ultimo lavoro, un album dove i generi si mescolano alla ricerca di una identità nuova.

Partiamo dal nuovo disco. Quel “Be Blind”che è sia titolo che esortazione, è molto curioso. 

«Direi che il titolo e il concept di quest’album si adattano alla perfezione con la “distopia” a cui fa riferimento il titolo di questo magazine. Se si vanno a leggere la tracklist, se non proprio i testi, si trovano altri rimandi all’essere ciechi, come in “The War You Don’t See”, con esplicito riferimento ad una situazione politica internazionale che è di fatto una Terza Guerra Mondiale sotto mentite spoglie, anche se così non ci appare. Ovviamente il titolo è una provocazione, una sorta di imperativo categorico ironico, così come ironiche (o forse sardoniche) sono la traccia “I Like”, che stigmatizza l’esibizionismo dei Social con un finale amaro (“…le cose possono solo migliorare mentre qualcun altro si ingrassa alle mie spalle”), o “Supercharged Machine”, sorta di ritratto dell’uomo del nostro tempo, affannato a chiedere risposte ad una macchina infernale che gli ruba l’anima e lo lascia più smarrito di prima».

Occhi che non vedono, dunque?

«La parola “eyes” torna assai spesso nelle tracce di questo album. Sì, occhi che non vedono, occhi che non vogliono vedere, ma anche occhi di un povero matto strabico che forse per il suo vivere ai margini riesce a vedere più in là. Così sono quelli di “The Loony”, ultima traccia che chiude l’album con un finale aperto, quasi speranzoso, o forse solo visionario. Perché, come disse Samuel Taylor Coleridge un paio di secoli fa: “Love must needs be blind”».

Ho letto alcune tue interviste e mi hanno molto colpito i tuoi inizi col pianoforte, le difficoltà persino fisiche nel relazionarti con esso. Oggi qual è il tuo rapporto con il pianoforte? Possiamo dire che lo ami oppure hai semplicemente fatto pace con esso?

«L’ho sempre amato, altrimenti non sarei arrivata a suonarlo ancora dopo così tanto tempo. Purtroppo nello studio accademico a volte prevale la smania di competizione, e la musica diventa come lo sport, rendimento ai massimi livelli, tecnicismo. Non era quella sicuramente la mia strada, e quando l’ho capito ho anche capito che cosa voleva dire davvero suonare uno strumento».

Il pianoforte, se prendiamo l’ultimo lustro e le classifiche di vendita, qui da noi ha avuto risalto grazie a gente come Giovanni Allevi, Stefano Bollani e negli ultimi mesi ha spopolato Ezio Bosso. Posso chiederti un tuo parere su questi tre artisti?

«Bollani è un grandissimo musicista che sa reinventarsi e reinventare la musica attraverso il suo strumento. Gli altri due invece, per quel poco che li conosco, mi sembrano più seduti su un manierismo che ripete se stesso nutrendosi di un grande successo popolare. Credo invece che il vero artista abbia l’esigenza di nutrirsi di altro e di reinventarsi tutti i giorni, in continua esplorazione di se stesso e del mondo circostante».

Da una tua intervista: “Quando ero una ragazzina di 7/8 anni amavo “dare spettacolo” ai miei compleanni: costruivo dei balletti con mia sorella che poi presentavo alle compagne di scuola”. L’immagine è molto carina. Crescendo cosa hai conservato di quella ragazzina?

«Sicuramente il desiderio di ”dare spettacolo”; per lo più di cantare e suonare davanti alla gente, ma anche di danzare, recitare, mostrare dei lati che considero forti di me ma allo stesso tempo rivelare anche i più fragili».

Spesso viene accostato il tuo nome a quello di Tori Amos. Certi paragoni ti imbarazzano, ti lusingano? E’ un’artista in cui ritrovi te stessa?

«E’ un’artista che adoro. Sono cresciuta “emotivamente” con i suoi primi album, da ”Little Earthquakes” ad ”Under the Pink”, a ”Boys for Pele”, a ”From the Choirgirl Hotel”, quattro capolavori. Gli album successivi non sono stati così significativi per me, ma l’ho vista un paio di volte dal vivo ed è stato indimenticabile. Spesso vengo paragonata a lei, ma non oserei mai farlo in prima persona, e nemmeno pensarlo, anche se ovviamente mi fa molto piacere!».

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