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PICCIOTTO «"StoryBorderline" è realtà che abbraccia sprazzi di fantasia»

StoryBorderline” è un concept album in chiave rap nel quale Picciotto tenta di scavare, attraverso 12 storie, nelle precarietà esistenziali di vecchie e nuove generazioni. E’ uscito a settembre per Mandibola Records, e all’interno compaiono diversi ospiti. Vale la pena capire com’è nato e cosa rappresenta nel percorso dell’artista siciliano.

La prima cosa che voglio chiederti è relativa alle storie del nuovo disco. Qual è il rapporto realtà/fantasia? Insomma, cosa c’è di vero e cosa invece è romanzato?

«”StoryBorderline” è realtà che abbraccia sprazzi di fantasia alla quale ho contribuito giocando la doppia parte “attore-regista” per ogni storia. Molti dei personaggi sono esistenti o comunque partono da una base reale come “Mara”, ispirata a una tragedia accaduta anni fa all’università di Catania dove persero la vita quindici ricercatori, o “Santo”, che prende ispirazione da uno dei pescatori agrigentini che salvarono la vita ad alcuni migranti in mare per poi ritrovarsi ad essere accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ovviamente ho romanzato i percorsi dei vari personaggi creando delle cornici verosimili, puntando su storie individuali che potessero riflettere spaccati di società contemporanea».

Hai fatto un disco di rap… fuori moda. Nel senso che ormai si è un po’ persa la volontà di raccontare storie, tradendo una delle “utilità” del rap. Oggi il rap fa rima – specialmente in Italia – con gang-mignotte-droga. E’ davvero quello che vuole il pubblico?

«Non credo che sia quello che il pubblico voglia, penso che sia il “trend” alla quale la maggioranza sia abituata. L’autocelebrazione o il gangsta rap è comunque da sempre una delle mille sfumature del genere, solo che ultimamente le influenze del mercato hanno annacquato e massificato quasi tutto dal punto di vista dei contenuti e si fa una grande confusione. Provo nonostante tutto a trarne il dato positivo che è il costante avvicinarsi al genere da parte degli adolescenti; io ho la fortuna di lavorare nelle scuole con laboratori di scrittura creativa incentrati sul rap e posso dare degli stimoli di ricerca che spesso, partendo da un orecchio allenato al genere, instillano curiosità nei ragazzi nel cercare oltre il superficiale diffuso dai media».

A tuo avviso, chi, negli ultimi anni, ha portato originalità nella scena rap italiana?

«Parto dal fatto che non sono un “purista” del settore e prediligo chi sperimenta. Anni fa secondo me Caparezza in Italia ha portato una grande originalità e reso la “rappata” popolare, cambiando il mood classico degli arrangiamenti e mantenendo una certa consistenza nei testi. A livello di ricerca del lessico trovo Murubutu un eccellente esponente di originalità mentre Johnny Marsiglia e soprattutto Salmo sono quelli che attualmente mi entusiasmano di più nel flow».

Nel disco ci sono diversi ospiti. Come sono stati selezionati?

«E’ stato stimolante tracciare dei profili e chiedere ad artisti come Kento, Mc Nill e Murubutu di entrarci dentro per concludere le storie. Con Alessio (Murubutu) è semplice perché lo ritengo il “top” degli storyteller in Italia e non a caso gli ho lasciato il finale più complicato, con Giulia (Mc Nill) è avvenuto naturalmente visto che l’argomento trattato (le coppie di fatto) la riguarda in prima persona essendo lei una storica attivista dei diritti LGBT, mentre a Kento ho lasciato aprire la traccia identificando il profilo di uno sbirro già tracciato insieme durante una chiacchierata a Bologna in occasione di un concerto. Voglio citare anche Davide Shorty, unica voce fuori dal concept con il quale è stato esaltante collaborare su una traccia musicata da Gente Strana Posse (la mia band), molto diversa dalle corde musicali sulle quali è abituato a cantare e devo dire che il risultato è stato eccellente».

L’orecchiabilità è stata lavorata molto bene nel nuovo disco. Che limiti ti sei dato nel maneggiare il pop?

«Ho un mio concetto di “pop” che rivendico in quanto “popolare”, e vivendo e lavorando in quartieri dove il neomelodico la fa da padrone mi sono necessariamente e volutamente imbastardito l’orecchio. Ho cercato di mantenere una certa eleganza nei testi senza essere eccessivamente sboccato come in altri dischi e ho provato a far suonare di più le parole cercando quelle linee melodiche che potevano essere familiari ad un pubblico vasto e non solo a coloro che seguono l’hip hop. Non è certo un disco “politicamente corretto”, anzi, la denuncia è bella forte ma non volevo “sloganeggiare” o apparire scontato. Ho cercato di entrare e immedesimarmi in quei personaggi che nel quotidiano mi attraversano e ho provato a dar loro voce e a raccontarli così come sono, senza pormi paletti di genere e sperimentandomi nel cantato».

A tuo avviso che strumenti ha, un ascoltatore, per capire se il rapper che sta seguendo sta cantando il vero oppure lo sta riempiendo di cazzate?

«Gli strumenti sono quelli comuni: l’attenzione e la concentrazione nell’ascolto e un minimo di ricerca oltre il personaggio e la superficie. Io ho molta fiducia nell’ascoltatore e credo che il nostro compito sia quello di fargli porre delle domande confidando nelle sue risposte una volta presentato un argomento, una storia. Non voglio essere il “matusa” che dice che il rap deve forzatamente essere impegnato o troppo serioso, ognuno faccia il suo e provi a farlo bene, poi sta agli ascoltatori scegliere dove emozionarsi di più. Io ho un grande privilegio che ho scoperto grazie al crowdfunding, che mi ha permesso di realizzare “StoryBorderline”, ovvero quello di  godere di una fanbase molto trasversale. Vedere ai concerti ragazzini, adolescenti e famiglie coi passeggini per me è un valore in più. E’ grazie a questa unione che oltre al cd e ai video in serie sto lavorando al libro e gettando le basi per un lungometraggio su “StoryBorderline”».

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