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PIER BERNARDI

PIER BERNARDI «Sono una persona piuttosto sensibile anche se non si direbbe...»

Il suo “Re-Birth” ha fatto il pieno di recensioni positive. Ma in questa intervista abbiamo voluto allargare il discorso, quindi con Pier Bernardi ci siamo spinti sul personale, sul confine tra musica e dolore. E naturalmente sulla gioia di suonare. L’album d’esordio del giovane bassista e compositore emiliano è stato prodotto da Giovanni Amighetti ed è stato registrato insieme ad una superband composta da Ace (Skunk Anansie) e Michael Urbano (Sheryl Crow, Smash Mouth, Ligabue).

Il disco è stato accolto benissimo. Però a mente fredda, c’è qualcosa che miglioreresti se potessi tornare indietro?

PIER BERNARDI re birth«Prima che il disco uscisse ne ero già molto soddisfatto, rappresentava già esattamente ciò che volevo. L’ho sempre trovato un album personale ma soprattutto sincero. Che la critica l’abbia preso in modo positivo mi fa molto piacere ed è una conferma che ho fatto bene il mio lavoro, anzi, che tutta la squadra ha fatto un lavoro eccellente».

Avere vicino artisti di talento e spessore ha rappresentato una responsabilità in studio?

«Certamente, non solo per il pensiero “…non sbagliare perché loro non sbaglieranno”, ma per tanti ulteriori fattori. Ho sentito come responsabilità anche il riuscire a creare una bella sinergia ma per fortuna è stato tutto naturale, l’intesa fra tutti si è rivelata molto buona fin dal primo incontro».

Cosa ti ha sorpreso?

«In realtà devo ammettere che le qualità umane e professionali dei musicisti che hanno suonato con me si sono ampiamente dimostrate anche nel fatto di non presentarsi come “star” ma al contrario con tanta umiltà e gentilezza. Dal punto di vista musicale abbiamo trovato un grande feeling e non era scontato, quindi sono felicissimo di tutta l’esperienza che “Re-Birth” mi ha regalato».

Essere artista, oggi, cosa significa? Intrattenere? Ispirare? Indicare una via all’ascoltatore?

«Per come la vedo io si tratta sempre di essere ispirato e conseguentemente ispirare. Non credo nell’artista che “indica la via” in modo diretto, ma credo alle suggestioni che la musica se suonata con sentimento può far nascere nell’ascoltatore. Da queste sensazioni possono derivare tante cose per chi ascolta e allora, forse lì, c’è spazio per un cambiamento o il solo provare una piacevole sensazione».

Cosa ti piace della musica strumentale?

«Della musica strumentale prediligo il fatto che non sia invasiva e che venga totalmente interpretata dall’ascoltatore, filtrata solo dal suo stato d’animo. Ecco come una canzone può avere infiniti modi di essere “vissuta”».

Dopo una… “rinascita” cosa c’è? Nel senso, cosa vedi nel tuo percorso artistico?

«Continue collaborazioni e nuove esperienze. Al momento sono concentrato sulla promozione di “Re-Birth” per il quale è previsto anche un live tour, ma ci sono già tante nuove proposte alle porte. Cercherò di dedicarmi a quelle che rappresenteranno una sfida per la mia crescita come musicista e come uomo e che saranno coerenti con ciò che sono io, facendo sempre musica che mi piace e mi stimola».

Il disco esprime tanti stati d’animo. E a volte c’è la sensazione che sia stato alimentato anche da tanto dolore.

«E’ una sensazione giustissima, grazie per averlo notato. La mia è stata, ed è, una vita che mi piace molto ma di certo non è stata vuota di dolori. Ho perso entrambi i genitori: mia mamma quando avevo 16 anni, mio padre 12 anni dopo e la mia miglior amica quando ne avevo 23. Sono una persona piuttosto sensibile anche se non si direbbe e negli anni ho dovuto imparare a convivere con questa parte di me che non sempre (anzi mai) mi ha reso la vita più facile. Nel disco c’è tutto questo insieme, ma ci sono anche tutte le gioie che la vita mi ha portato. Ecco perché per me “Re-Birth” ha una forte impronta personale e lo sento davvero come il mio disco».

Che rapporto hai con il basso? 

«Un rapporto simbiotico direi!».

Sei uno di quelli che dopo un concerto lo portano in albergo oppure te ne stacchi? 

«Sì, lo porto in albergo. E continuo a suonarlo anche dopo un live. La mia è una passione fortissima. Ho sempre considerato la musica come una bellissima donna, difficile da conquistare e ancora più difficile da tenere vicina per cui bisogna darle tutto senza remore e senza paure, senza aspettarsi nulla in cambio e solo perché “non si può farne a meno”».

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