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PIERPAOLO CAPOVILLA «Non temo di pestare i piedi al potente di turno, anzi, se potessi lo azzopperei»

E’ raro che un’intervista ci entusiasmi a tal punto da faticare a tirare fuori un titolo perfetto. Però il caso si è verificato in questa occasione. Leggetevi le parole di Pierpaolo Capovilla su musica, politica, talent show e partiti. Parole per nulla pesate o intrise di luoghi comuni che, a conti fatti, servono sempre a poco.

one dimensional man ydeIl 23 febbraio “You don’t Exist” segnerà l’atteso ritorno discografico degli One Dimensional Man a sette anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio. Il power rock trio attivo dal 1995, è oggi composto da Franz Valente (batteria), Pierpaolo Capovilla (basso e voce) e Carlo Veneziano (chitarre). L’album uscirà per  La Tempesta International e Goodfellas.

 

Pierpaolo, il tuo percorso artistico nasce e torna all’inglese. Cos’ha l’inglese che l’italiano non ti permette di esprimere? E viceversa?

«Questa è una domanda che mi viene posta molto spesso. Ne approfitto, per una volta, per rispondere approfonditamente. In tutta franchezza, devo ammettere di non amare scrivere le canzoni in inglese. Per me, è uno sforzo letterario in bilico fra l’esercizio di stile e la narrazione vera e propria. L’inglese, voglio dire, è uno stratagemma. Non essendo il mio idioma, non mi appartiene fino in fondo, e l’unico motivo che mi induce a sceglierlo, è la possibilità non così remota che i contenuti narrativi arrivino anche a chi non parla l’italiano. L’inglese è una mediazione fra ciò che voglio dire e ciò che dirò; l’esperienza con Il Teatro degli Orrori mi ha fatto comprendere che non è vero che la lingua d’Albione sia la lingua del rock per antonomasia: lo è soltanto se scegliamo che lo sia. La mia risposta alla tua domanda sarà dunque così: non c’è proprio niente nella lingua inglese ch’io non possa esprimere in quella che più mi appartiene, quella italiana. Anzi. Ed è per questo che mi sono sempre fatto aiutare da un madrelingua, fin dagli esordi di One Dimensional Man. Nel primo album mi diede una mano significativa Malcolm Silvers, un professore di Storia degli Stati Uniti d’America all’università in cui studiavo, e che divenne mio grande amico. Che personaggio! Newyorchese, ebreo, comunista-leninista, al suo corso si accennava a Madison e Jefferson, ma in realtà si studiava l’imperialismo americano alla luce del marxismo più ortodosso immaginabile. Nei dischi successivi Adrian Smith, un amico architetto londinese, che vive nella mia città, a Venezia, mi fu di grande aiuto. I testi di “A Better Man” poi… Li scrisse tutti Rossmore James Campbell, un pittore e gioielliere australiano con la passione della poesia. “You don’t Exist” l’ho scritto tutto io, ma mi sono avvalso dell’insperato aiuto di un amico di Sheffield, Mark Thomson Ashworth. Mark vive da un paio di decenni a Roma, lavora nel cinema e si occupa di supervisione delle sceneggiature e della pronuncia degli attori; parla un perfetto italiano, e grazie a lui ho potuto scrivere (e cantare) le canzoni nel modo più accurato possibile. Senza il contributo di questi quattro amici fraterni, tutti appassionati di musica rock e cultori della letteratura, non ce l’avrei mai fatta».

Il nuovo album sembra coerente con la storia degli One Dimensional Man. Con quali idee siete entrati in studio e il risultato finale è perfettamente aderente alle intenzioni iniziali?

«Magari! Siamo andati in studio con l’intenzione di registrare il nuovo repertorio nel modo più rapido possibile, senza porci troppe domande. Ma non è andata così. Ci siamo trattenuti molto più a lungo, perché in corso d’opera ci siamo resi conto di come i pezzi stavano maturando considerevolmente. E’ stata un’esperienza avvincente. Abbiamo lavorato con uno spirito di collaborazione sincero e autentico, ed ognuno di noi ha contribuito, pezzo dopo pezzo, a registrare delle canzoni che sono cresciute significativamente rispetto alle idee iniziali. Personalmente ho goduto come non mai nel verificare l’abilità di Franz nell’interpretare con grande sintesi e potenza ogni singolo aspetto del ritmo, così come è stato sorprendente ascoltare le invenzioni di Carlo, che considero un Francis Bacon della chitarra rock. Carlo è un pittore del suono. Nella sua tecnica, ogni piccolo dettaglio diventa cruciale. Perdonami l’agiografia… Il fatto è che anche dopo due mesi di ascolto continuo, sono ancora entusiasta del risultato».

Tu che il rock italiano l’hai attraversato per diverse decadi, oggi dove ti pare sia giunto?

«E’ naufragato. Non c’è più alcun rock da ascoltare in Italia, a parte qualche eccezione. Non c’è più una “scena”, non più una qualsivoglia comunione d’intenti. Mi auguro che “You don’t Exist” possa contribuire a ritrovare una rotta, una rotta qualsiasi».

I tuoi testi sono sempre lucidi e figli di un impegno, di una voglia di esporsi. Non hai però il timore di essere in controtendenza rispetto all’idea generale che, le crisi dell’ultimo decennio in particolare, siano alla fine trattabili (in musica) solo con la leggerezza, con un approccio alla vita debosciato?

«Debosciato? Nel senso di vizioso, libertino, depravato e dissoluto? Sarebbe una gran cosa! Almeno ci libereremmo di quel fenomeno schifoso che chiamiamo “politically correct”. Io mi considero in controtendenza nei confronti del timore che hanno quasi tutti i miei colleghi italiani di dar fastidio al potere, di pestare i piedi al potente di turno. Io il potere non soltanto lo voglio infastidire, ma lo voglio combattere. Non temo di pestare i piedi al potente di turno, anzi, se potessi lo azzopperei. Per come la vedo io, che sono uno sputasentenze, senza una visione politica, ovvero critica, della realtà in cui viviamo, nessuna forma d’arte ha senso alcuno».

Il prossimo 4 marzo per chi vale la pena votare? La politica italiana cos’è diventata?

«Ne approfitto per sottolineare che per me la parola “politica” non coincide con quella di “partito”, ma piuttosto con il concetto di cultura critica, ovvero di individuazione dei limiti entro i quali vengono costrette le nostre esistenze. Individuati i limiti, possiamo sperare di superarli. Mi viene spontanea una considerazione: molti giovani “antagonisti” rifiutano il voto per principio, ma fanno politica sul serio, ogni giorno. Essi sono portatori di quella cultura critica che è andata perdendosi nei meandri del riflusso politico e culturale, un fenomeno storicamente iniziato negli Anni Ottanta e perdurante oggigiorno, molto più forte di prima. Ma per rispondere alla tua domanda, ti confesserò che ho sempre votato per il partito di sinistra maggioritario ed egemone. A vent’anni votavo PCI, poi PDS, poi DS, e infine PD. Questa volta non lo farò. Il Partito Democratico, espugnato da un nuovo gruppo dirigente di destra iper-liberista, ormai mi ripugna. La politica italiana è diventata ciò che la nostra classe dirigente, tutta, da destra a sinistra, ha voluto diventasse: un verminaio. L’hanno fatto apposta. Per indurci all’indifferenza, al qualunquismo, al tanto peggio tanto meglio. Escludo da questo amaro giudizio tutte le compagne e compagni autentici, i veri progressisti, coloro che credono nella giustizia e nell’uguaglianza fra le persone e fra i popoli. Questa gente esiste, ed è grazie ad essa che non dispero. Io sono un uomo di sinistra e credo nei valori del socialismo. Voterò Potere al Popolo».

Che bilancio fai dell’esperienza del Teatro? Sul futuro del progetto ci sono notizie discordanti…

«E per forza. Siamo fermi, immobili da più di un anno. Non ci siamo nemmeno più incontrati. Nella vita può accadere di averne abbastanza di un’esperienza, e di volersi dedicare ad altre. La mia speranza e convincimento è che Il Teatro degli Orrori sia destinato a durare ancora a lungo. Ma è una speranza e un convincimento che dobbiamo volere e sapere condividere ancora. Non dipende esclusivamente da me, ma farò del mio meglio affinché ciò accada».

Tu, come Agnelli, saresti un buon giudice per un talent? Ti piacerebbe come esperienza?

«Non so se Manuel, per il quale nutro grande stima, sia stato o meno un buon giudice. Non ho mai visto neanche una puntata di un talent show in vita mia, e non ne ho alcuna voglia. Mi è capitato di sbirciarli attraverso “Blob”, che invece guardo assiduamente. Ciò che ho visto mi ha schifato. Mi viene in mente quella ragazza calabrese (Rita Bellanza, ndr) che interpretò “Sally”. Un vero talento, altro ché! Le auguro un futuro artistico degno delle sue capacità. Come è andata a finire? Una ragazzina viziata avventurantesi in prediche irrispettose e volgari le spiegò baldanzosa che per avere “successo” bisogna farsi un culo grande così. Che senso ha questa stupida predica in un talent show? Che cosa sono i talent show? Nella migliore delle ipotesi non sono che delle lotterie del successo ad ogni costo. Nella peggiore, delle macellerie sociali. Non voglio averci niente a che fare».

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