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PRIMO BROWN «Portare all’attenzione di un pubblico nuovo la tua musica dev’essere uno stimolo»

Si apre con un brutto colpo il 2016. Con la morte di Primo Brown dei Cor Veleno. Personaggio autentico, che non era mai banale nelle sue interviste. Vogliamo omaggiarlo con una nostra chiacchierata di qualche tempo fa. Un guardare al passato ma con grinta e ottimismo. Davvero un peccato la sua perdita.

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Assieme a Squarta, Primo Brown è uno dei nomi “caldi” della scena hip hop italiana. Cor Veleno è il loro marchio di fabbrica.

Partiamo da Roma, la tua città. Che posto è?

«Roma è molto dispersiva. E’ una città dai ritmi lenti, al contrario di una metropoli come Milano, e di tante altre città del nord, dove la frenesia è di casa. A me piacciono entrambe le realtà: adoro il nord per la sua praticità e il centro-sud per i ritmi lenti».

In carriera, coi Cor Veleno avete fatto un tour con Jovanotti e avete aperto i concerti italiani di un mito dell’hip hop come 50 Cent. I fans però vi hanno criticato ad un certo punto, perché?

«Alcuni fans si sono sentiti traditi: qualcuno ha cercato delle spiegazioni e abbiamo cercato di dargliele, altri invece non le hanno cercate e sono andati avanti per la loro strada. In tutto quello che abbiamo sempre fatto non ci siamo mai posti delle barriere concettuali ma siamo sempre stati fedeli ad un’idea di fondo: se ci stimola una cosa, la facciamo. E così è stato per i concerti con Jovanotti e 50 Cent. Portare all’attenzione di un pubblico nuovo la tua musica dev’essere uno stimolo, e non motivo di vergogna».

Quindi sei convinto di non aver deluso nessuno?

«Per noi l’importante è fare cose oneste e spontanee, e sotto questo punto di vista andiamo a testa alta. Poi se a qualcuno non piace quello che stiamo facendo, il panorama musicale è vasto ed offre tanta scelta. Credo che il modo giusto per rispettare i fans sia fare cose nuove e non riciclare quelle vecchie, ecco perché sono sempre ben disposto verso le novità. Non mi va di vivere nel passato, meglio guardare al domani».

Come sono Jovanotti e 50 Cent lontano dalle luci della ribalta?

«Premessa: con Lorenzo Jovanotti abbiamo un rapporto iniziato tanti anni fa, all’epoca in cui lui proponeva per radio le prime cose rap. Ci siamo conosciuti nel 1989 e siamo sempre rimasti in contatto. E’ una persona che ammiro perché non si è mai fatto tritare dal music business italiano. Inoltre ci ha sempre messi in condizione di essere noi stessi».

E 50 Cent?

«Abbiamo aperto i suoi concerti italiani qualche anno fa e il rapporto è stato molto freddo e veloce. Lui e il suo management, ogni sera, vivevano rinchiusi in un’ala inaccessibile del palazzetto. Soltanto durante la tappa romana abbiamo avuto il tempo di conoscerlo: aveva bisogno di uno studio di registrazione e lo abbiamo accontentato. Durante una pausa gli ho detto “Ciao, come stai?”. E la sua risposta è stata “Sì, tutto bene, scusa, sono al telefono col mio avvocato”».

Insomma, molto freddo…

«E’ una star ed ha la piena consapevolezza di esserlo. Attorno ha gente con collane di platino vere, gioielli da svariate decine di migliaia di dollari, e passano tutto il giorno a rubarsele per gioco».

Chi si avvicina al rap e magari sogna un contratto con le case discografiche cosa deve sapere?

«Voglio che i pischelli che si avvicinano alle case discografiche sappiano che non servono i servizi fotografici da 5 mila euro o i video costosi, si possono fare delle belle cose anche risparmiando, ed evitando di cadere così nel ricatto del discografico che alla fine della giostra ti dice “…abbiamo speso un sacco di soldi e non siamo rientrati con le vendite…” e magari ti fa sentire pure in colpa».

Nei vostri testi compare spesso il termine “Faggiano”, rigorosamente con la doppia “g”. Chi sono i “Faggiani”?

«E’ il tipo un po’ sprovveduto che però pensa di sapere il fatto suo. Non è un neologismo, è un termine che usavano i nostri nonni».

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