IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
PUPO

PUPO «Ancora non credo in Dio. Lo cerco da sempre, ma non ci siamo ancora incontrati»

Ci piace l’idea di prendere un personaggio distante dalle cose che abitualmente proponiamo e provare a stuzzicarlo su argomenti vari, diversi e magari slegati fra loro. Così scopri che Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, è sì mister “Gelato al cioccolato” ma anche molto altro ancora.

La prima cosa che voglio chiederti è relativa alla tua carriera di autore e interprete. Non trovi che rispetto ad altri nomi, il tuo sia stato sempre molto poco considerato dagli addetti ai lavori? Un po’ come se fossi un artista di “Serie B”.

«Sì, ma non è un mio problema. Io ho sempre fatto canzoni che mi piacevano. Poi se la consacrazione arriva dall’estero (in Russia per esempio hanno una concezione molto diversa dei miei brani) o devo aspettare la vecchiaia non c’è nessun problema. Credimi, non sono cose che mi tolgono il sonno».

Hai calcato il palco dell’Ariston in epoche diverse. Quanto e com’è cambiato Sanremo in questi decenni?

«Sono cambiate le canzoni. Non ci sono più spazi per la classica melodia all’italiana che, a differenza di quanto si pensi, non è affatto morta. Vedi il successo de Il Volo».

Condurlo è il tuo vero grande sogno?

«In questo momento preferisco cantare ma mai dire mai, guarda Gianni Morandi che quando nessuno se lo aspettava ha fatto due Sanremo molto belli».

Leggo da wikipedia: “La particolare situazione sentimentale di Pupo gli ha causato l’ostilità delle gerarchie ecclesiastiche”. Mi piacerebbe chiederti qual è il tuo rapporto con Dio: tu credi?

«Ancora non credo in Dio. Lo cerco da sempre, ma non ci siamo ancora incontrati».

Qual è invece il tuo rapporto con i Ministri di Dio?

«La Chiesa è palesemente un organo politico, fa del bene e nello stesso tempo fa i suoi interessi. Come tutti d’altronde. Il fatto che non vedano di buon occhio le mie scelte sentimentali non mi tange minimamente».

In un’intervista hai detto che una sera degli Anni Ottanta, al Casinò di Venezia, sei stato vicinissimo al suicidio a causa della piega che aveva preso nella tua vita la passione per il gioco…

«E’ vero, ho pensato al suicidio. Non gioco più d’azzardo per una sorta di senso di responsabilità che ho verso la mia famiglia che considero, stupidamente, dipendente da me. E’ una rinuncia, è una sofferenza, ma è giusto così».

A chi oggi gioca ai video poker perché sogna un’esistenza diversa, o magari anche solo qualche centinaio di euro in più per arrivare a fine mese, che suggerimenti ti sentiresti di dare?

«I suggerimenti sono quasi sempre ipocriti ed inutili. Posso però dire con matematica certezza che chi gioca con le slot o con i giochi truffa dello Stato è un poveraccio destinato a rovinare se stesso e i suoi affetti. Un deficiente».

Hai vissuto il mondo della musica italiana da una posizione privilegiata. Quanta ipocrisia, quanta arroganza, quanti deliri di onnipotenza ci sono fra i tuoi colleghi?

«Tantissimi. Fra le persone e colleghi che conosco ed ho conosciuto, i nomi non li farò mai, il 70% erano e sono da ricovero, credimi».

In Russia molte tue canzoni restano degli evergreen. Tu che conosci bene la Russia, che Paese è? 

«La Russia è un Paese meraviglioso. Io sono innamorato dei russi, della loro storia e della loro cultura».

Vorrei anche chiederti qualcosa sulla politica italiana: è un tema che ti appassiona, che segui? Inoltre è vera la tua amicizia con Berlusconi?

«Non ho nessun ideale politico. Mi sarebbe piaciuto averlo ma sono stato educato a cercare di star bene io per poi di conseguenza far star bene i miei affetti. Questo è il mio unico pensiero ed obiettivo: il mio benessere e quello di chi mi vuole bene. Stop. Berlusconi lo conosco, lo stimo e lo rispetto. Al pari di Renzi e compagnia cantante».

Quando hai iniziato tu, l’obiettivo di un emergente era ispirarsi ai cantautori, oggi un giovane ha come obiettivo quello di assomigliare a un rapper. Ti chiedo due cose: che opinione hai dei giovani di oggi e del rap come genere.

«I giovani, in particolare quelli che attraverso la musica od altre forme artistiche, sognano e tentano di realizzarsi, mi fanno molta tenerezza. Per loro, arrivare ad ottenere il successo, è molto più dura che ai tempi nostri. In tutto questo marasma di comunicazione, emergere e farsi notare è molto più difficile di prima, quando c’erano solo due o tre canali e bastava farsi vedere una volta in televisione e la tua vita era cambiata di colpo. Per questo motivo ancora oggi resistono e lavorano gli artisti del passato anche se, in qualche caso, hanno inciso solo una canzone di successo. Questo non capiterà mai alla maggior parte dei rapper di oggi che, quasi certamente, fra qualche anno non se li ricorderà più nessuno. Oggi, campare solo di musica è durissima. Detto questo, alcune canzoni rap, poche a dire il vero, mi emozionano».

Dammi dei titoli?

«Mi riferisco a due o tre pezzi gradevoli tipo quello di Emis Killa “Parole di ghiaccio” o “Magnifico” di Fedez e Francesca Michielin, oppure “Maria Salvador” di J-Ax e Il Cile. Queste ultime due canzoni sono due ottimi esempi di rap che scivola verso il pop italiano».

Qualche tempo fa, in un’intervista, fosti molto duro coi Talent. Hai cambiato idea e – considerando la tua esperienza – non saresti un perfetto giudice?

«I Talent non li guardo. A me interessa il lato creativo, la costruzione dei brani. Sono meno interessato alle esecuzioni e alle doti vocali che nei Talent moderni, pur essendo eccellenti, si assomigliano molto. Le canzoni vanno interpretate, non urlate per sentirsi dire poi: “Ammazza quanto è bravo questo!”. Serve solo a lui, non alla musica e al successo di un brano. Più una canzone è cucita addosso ad una voce, più è difficile che ottenga un successo di dimensioni internazionali».

Fra le tante offerte rifiutate in questi anni, qual è stato il progetto più strano/curioso al quale hai detto no?

«Ho detto no a tutti i reality possibili ed immaginabili rinunciando a cifre difficili da credere. Una volta mi rifiutai di partecipare ad un programma di Antonio Ricci, mi sembra “Paperissima”, perché l’impiego che si voleva fare di me era al limite dello scherno. Uno degli ultimi no è stato quello di tornare a giudicare i bambini nel programma di Antonella Clerici. L’ho fatto già due volte e la terza mi sembrava francamente eccessiva».

Tag