IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
RAIZ

RAIZ «Il posto dove nasci resta sempre nel tuo cuore, se è Napoli poi…»

Raiz non sta mai fermo. E’ infatti uscito da pochi giorni un nuovo disco, in versione per ora unicamente digitale, con il gruppo barese Radicanto. Ma la mente è già proiettata alla primavera del 2016, quando dovrebbe andare in stampa il nuovo lavoro degli Almamegretta. Nel frattempo attualità e ricordi si mescolano. E l’immagine che ne viene fuori è quella di un artista capace di leggere pregi e difetti del proprio percorso artistico. In maniera lucida, senza nascondersi dietro luoghi comuni o frasi fatte.

La prima cosa che voglio chiederti è relativa al Mediterraneo, un’area geografica (e forse anche dell’anima) che ti ha sempre affascinato. Oggi sembra più un muro che divide, penso in tal senso all’immigrazione, al rapporto Grecia/Europa. Insomma, è sempre lo stesso Mediterraneo di Sangue, Speranze e Sole, oppure lo percepisci in un altro modo?

«Il Mediterraneo è un’area geografica pressoché omogenea malgrado i Paesi che vi si affacciano siano distribuiti su tre continenti, professino tre religioni diverse – anche se appartenenti allo stesso ceppo – e parlino lingue diversissime tra loro. Condividiamo modo di fare, di mangiare, di cantare, di amare, di essere ospitali. Millenni di scambi ci hanno resi simili e in qualche modo interdipendenti. Qui sono nati il monoteismo etico e la democrazia. Siamo divisi da guerre e da un confine profondo, quello che divide il “campo occidentale” – diritti civili, stato di diritto con tutte le imperfezioni e sperequazioni del caso – dal “campo orientale”,  ovvero regimi autocratici basati su rapporti di potere lontani dalla democrazia, integralismo o addirittura teocrazie. Lavorare sulla composizione dei conflitti del Mediterraneo significa lavorare sulla pace mondiale, la cooperazione, lo scambio ed il confronto delle differenze intese come arricchimento reciproco. Tutto abbastanza utopico ma quanto mai necessario».

Tu hai collaborato anche con Pino Daniele. Che ricordi conservi delle vostre esperienze assieme?

«Lavorare insieme a Pino è stato un onore ed è stato un piacere; con lui ho condiviso tra i momenti più belli della mia carriera. Come per tutti quelli nati al sud e cresciuti al nord, per me Pino ha rappresentato all’inizio degli Anni Ottanta il riscatto dei giovani “terroni”, oltre che un grande musicista era una specie di eroe».

Hai lavorato da indipendente e con le major, hai unito spesso elettronica e world music, Giamaica e Italia. Ti rimproveri qualcosa dal punto di vista artistico? Pensi che il pubblico abbia sempre compreso il tuo percorso?

«Mi rimprovero di aver fatto a volte delle scelte meno “di cuore” e più “a tavolino” per raggiungere risultati commerciali migliori; vivo di questo e mi sembra comprensibile. La beffa è stata che le cose che mi hanno reso di più, anche a livello economico, sono state sempre quelle che ho scelto con il cuore. Una bella lezione di vita».

Il fatto è che dalle nostre parti lo Stato manca in maniera scandalosa ed il problema non è di uomini ma di portata storica: in questo vuoto di potere la Camorra fa da impresa, polizia, amministra il welfare

Che rapporto hai, oggi, con la tua terra e con Napoli in particolare? E secondo te c’è più o meno Camorra dopo – ad esempio – le serie tv e i libri di Saviano? Oppure la Camorra è stata addirittura mitizzata?

«Il posto dove nasci resta sempre nel tuo cuore, se è Napoli poi… La Camorra mi pare oggi cambiata in qualità e non in quantità, si è modernizzata, assomiglia più alle gangs internazionali (Sud America, Russia) che alla tradizionale Mafia italiana. Saviano ha reso noto in misura minuziosa il modo di agire del “sistema” con un’inchiesta rigorosa come “Gomorra”; anche la serie tv ha raccontato cose che non tutti sapevano, anche se questa produzione rientra più nel campo della fiction nel senso che gli avvenimenti narrati sono verosimili ma non veri. Il fatto è che dalle nostre parti lo Stato manca in maniera scandalosa ed il problema non è di uomini ma di portata storica: in questo vuoto di potere la Camorra fa da impresa, polizia, amministra il welfare. Non credo che possa essere una serie tv a mitizzarla, il mito si crea quando nei quartieri e rioni popolari di Napoli ed hinterland essa si propone come alternativa remunerativa e “sociale” ad uno Stato assente».

Con gli Almamegretta hai progetti in questo momento? Un disco?

«Abbiamo un disco in cantiere con probabile uscita nella primavera del 2016».

La tua voce e il tuo modo di cantare sono spesso stati di ispirazione per tantissimi emergenti. Tu hai creato uno stile, ma all’atto pratico come si crea uno stile? E’ qualcosa che si può allenare? E come?

«Quando canto, da sempre, ho in mente il cantante napoletano classico, quello mediterraneo dell’est e il bluesman. Li faccio cantare tutti insieme e il risultato è il mio stile, lontano mille miglia da qualunque purezza: lo alleno con gli ascolti, l’umiltà e sperimentando ciò che sembra impossibile o paradossale».

In un’intervista hai detto: “Raiz, il personaggio che porto in giro, è una specie di attore, un personaggio ultraromantico, che parla in napoletano, che ha grandi passioni e che ha una presenza molto fisica sul palco”. Invece Rino com’è? Nel senso: distante dalle luci, quando Raiz non c’è, quanta distanza c’è fra te e il personaggio che porti in giro?

«In quell’intervista ho usato un’iperbole, Raiz sono io. Sul palco porto una parte del mio carattere e la faccia popolare e “familiare” della mia formazione culturale; in qualche modo “isolo” e mostro solo una parte di me. L’altra è molto più convenzionale, abitudinaria, intellettuale».

Anni fa ricordo un concerto a Napoli, era la presentazione di “Lingo” davanti a una folla impressionante di persone. Cos’è mancato agli Almamegretta per raccogliere tutto il seminato?

«Il non aver capito che una volta raccolto un enorme consenso attorno ad un progetto la proprietà di quest’ultimo si condivide con i propri seguaci. Si può decidere di cambiare strada in maniera radicale ad ogni disco, ma il prezzo da pagare è essere misconosciuti dai propri fans – cosa comprensibilissima».

Negli Anni Novanta subiste molto il fascino del trip hop e di certe sonorità. Oggi, fossi un esordiente, quali sonorità farebbero presa sul tuo lavoro? 

«Le cose più interessanti che ho ascoltato in questi ultimi tempi sono una certa elettronica molto contaminata con l’acustico o band che vengono da Paesi di “frontiera” ed ancora in qualche modo “ingenui” come l’Egitto o Israele. Lontano dal cuore dell’Europa si sperimenta molto di più grazie anche ad un sistema di radio e tv meno legato alle logiche di mercato puro, un po’ come era da noi fino a venti anni fa».

Spesso sei stato descritto come una persona introversa e scontrosa. Certe etichette ti hanno mai infastidito?

«Capita a volte di non vedere qualcuno e non salutarlo oppure sottrarsi al duecentesimo selfie dopo un concerto. Basta che “la vittima” lo scriva su Facebook, il post condiviso da chi non è tuo fan, ed ecco che si crea un’immagine che non sempre risponde alla realtà… Tengo molto di più ad una critica seria della musica che faccio».

Nel recitare, nel fare l’attore, cos’hai scoperto di te che non conoscevi?

«Che mi piace recitare!».

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