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RAPHAEL

RAPHAEL «Sì, ha ancora senso ispirarsi alla lezione di Marley»

E’ una carriera all’insegna del reggae e della world music, quella che Raphael si è costruito – un pezzo alla volta – all’interno della scena italiana. E l’espressione “un pezzo alla volta” non è tanto per dire, ma nel caso specifico ha una valenza letteraria, perché nel corso degli ultimi dieci anni l’artista che di recente ha aperto il live italiano di Manu Chao ha portato il suo set in così tanti club e situazioni da perdere il conto. E nel mezzo anche un’esperienza di vita in Giamaica.

Mi incuriosisce molto il tuo percorso artistico. Vorrei mi parlassi della tua esperienza in Giamaica e del ritorno poi in Italia. Ricordo che in passato mi dicesti che la Giamaica delle cartoline è ben altra cosa rispetto alla realtà di chi poi ci vive…

«Sì, ogni luogo ha i suoi lati gradevoli e i suoi lati oscuri. Ma della Giamaica, non sono questi ultimi che mi hanno fatto tornare indietro. L’aver registrato un album lì, il contatto con gli artisti, i musicisti e gli addetti ai lavori, con la gente, i luoghi, tutto è stato importantissimo per il mio percorso, e sicuramente è una terra a cui sono molto legato e in cui tornerò ancora molte volte».

Ma…

«Ma anni fa capii che rimanendo lì non avrei avuto la possibilità di fare tutti i live e le esperienze in Europa e nel mondo che ho fatto negli ultimi anni, sono i palchi e i chilometri che mi hanno fatto molto crescere, imparare ad usare la mia voce (ed è un processo che non finisce mai). Non so dove mi condurrà la mia strada, ma so che la Giamaica, o l’Italia, sono tappe, e non mete».

A Kingston cos’hai trovato nella tua permanenza di qualche anno fa?

«Ho trovato mare, palme, spiagge… ma solo per i turisti. E io non essendolo ho visto una realtà cruda, fatta di ragazzi senza lavoro, senza sogni e con la vita marchiata dal quartiere di origine. Perché in Giamaica, se sei nato nella parte sbagliata della città, cioè nel ghetto, nessuno è disposto a darti un lavoro. Tanto potenziale sprecato che finisce ad ingrassare le fila della malavita».

E quindi?

«Quindi mi sono ritrovato a chiedermi cosa fare: restare lì senza prospettive oppure tornare in Italia e provare a vivere di musica. Perché in Italia serate di reggae si possono fare, in Giamaica – sorride – la concorrenza diciamo che è un po’ più nutrita. Così ho preso e me ne sono tornato in Italia, portandomi dietro un’immagine forte».

Quale?

«In Giamaica tutti sorridono alla vita, in Italia invece abbiamo il nuovo modello di cellulare in tasca, l’iPad di ultima generazione ma andiamo in giro tutti incazzati. E’ come se avessimo perso qualcosa per strada».

Per quanto il mondo vada avanti, c’è sempre gente che odia incondizionatamente il diverso, c’è chi non dialoga ma si insulta, c’è chi pur avendone la possibilità non fa nulla per capire l’altro, ci sono sempre le guerre, c’è sempre chi sta sopra e chi sta sotto

Provocatoriamente, perché ha ancora senso ispirarsi alla lezione di Marley quando in realtà il mondo è cambiato così tanto negli ultimi decenni?

«Dipende da che punto di vista. E’ vero, con la tecnologia e le innovazioni tantissimo è cambiato, certamente i processi sociali e di condivisione. Non sono cambiati però i “contenuti”: per quanto il mondo vada avanti, c’è sempre gente che odia incondizionatamente il diverso, c’è chi non dialoga ma si insulta, c’è chi pur avendone la possibilità non fa nulla per capire l’altro, ci sono sempre le guerre, c’è sempre chi sta sopra e chi sta sotto. Credo che abbia ancora molto senso, al di là della musica, ispirarsi ad una visione di universalità, di unità, di tolleranza, di amore, e Marley è stato uno che in mille modi ha divulgato questa lezione antica come il mondo».

Credi che Marley si troverebbe a suo agio in questa epoca?

Sorride: «Beh, di certo godrebbe di una cospicua e meritata pensione».

Lui per portare la sua musica a un ampio pubblico scese a compromessi con etichette inglesi e americane. Oggi il compromesso degli artisti emergenti (e non) potrebbe essere quello di partecipare ai Talent per avere maggiore visibilità?

«Sì, è decisamente così. Il Talent non è l’unica via, ma sicuramente il mercato di oggi si è impostato molto su questa risorsa, e le case discografiche anche».

Di recente hai aperto il live di Manu Chao. Avete avuto modo di scambiare qualche battuta? E giusto chiedere a certi artisti dei consigli oppure ogni percorso è diverso e unico?

«Sì, quest’anno come l’anno scorso ho avuto la fortuna ed il piacere di aprire un suo concerto e scambiare due chiacchiere. Sicuramente ogni percorso è diverso ed unico, soprattutto con un divario così ampio. E’ comunque sempre bello assorbire l’energia e la passione da persone così grandi».

Quanto razzismo c’è in Italia, Raphael?

«Il razzismo prolifera dove si verificano una serie di circostanze dalle quali certamente l’Italia non è esente. Ma dire che “…gli italiani sono razzisti” sarebbe uno sciocco e scorretto generalizzare».

Quanta originalità c’è oggi nella scena reggae italiana?

«Ci sono un sacco di realtà interessanti, le mie preferite sono quelle che sperimentano, si contaminano, partono dal reggae per creare un percorso proprio. Poi – spiega Raphael – bisogna vedere il perché uno fa musica: se “diventare famoso” facendo reggae è l’unico obiettivo, forse l’Italia non è il Paese migliore».

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