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ROGER WATERS

ROGER WATERS «Vi parlo dei muri che i poteri forti creano per farci combattere tra di noi»

Fabio Arboit ha incontrato a Londra Roger Waters in occasione dell’uscita del dvd “Roger Waters – The Wall”. Sul sito capital.it l’intervista completa. Ecco alcuni estratti.

Nel 1982 era già uscito un film basato sul concept “The Wall”. Quello che abbiamo visto al cinema e che adesso esce in dvd/blu-ray non è solo la semplice ripresa di un concerto, c’è di più. Ci sei tu che come un attore ripercorri una parte della tua storia. Possiamo definirlo un film documentario oppure è un road movie?

«Per prima cosa c’è un linguaggio diverso in questo film, non è un documentario, è un concept film. C’è il viaggio che mi ha portato nei luoghi dove hanno perso la vita mio nonno in Francia e mio padre nel sud dell’Italia, a Cassino, dove c’è un monumento che lo ricorda. Il concetto di base del film è diverso da quello del 1982 di Alan Parker. In quel caso il protagonista era la rockstar con le sue ansie e le sue paure, in questo ci sono più implicazioni politiche e sociali. Non volevo fare la stessa cosa, io volevo fare qualcosa che fosse più universale, parlare dei muri che i poteri forti creano per farci combattere tra di noi. Un continuo insensato massacro. A beneficio di chi? E chi potrebbero essere queste persone? Ovviamente tutti quelli che fabbricano armi, che non le venderebbero se non ci fossero continui conflitti. Gli interessi che girano intorno a quest’industria sono tanti. Se la guerra, o meglio le guerre, finissero, questo sistema collasserebbe, e cosa potrebbero farci con tutta questa tecnologia? Di certo con quegli investimenti potremmo trovare soluzione a vari problemi».

Ma quel muro adesso, nel 2015, ha ancora senso? Perché lo vogliono lasciare in piedi?

«Perché per poter continuare in questo circolo vizioso loro hanno bisogno di quel muro, barriere artificiali per identificare il nemico, quello che sta al di là del muro. Un muro che non ti fa vedere chi c’è dall’altra parte ma che comunque ti porta a dire “…quello è il nemico”. Quindi i produttori di armi continuano a dirci: “Guarda, quelli sono i cattivi che dobbiamo eliminare, hai bisogno di noi, altrimenti saranno loro ad eliminarci…”. E’ per questo che durante il concerto in “Another Brick In The Wall Part 2” i ragazzi sul palco indossano la maglietta con scritto “Fear Build Wall”, ovvero “La Paura Costruisce I Muri”. E sono anni e anni che lancio questo concetto durante i miei concerti. Loro hanno bisogno della paura, hanno bisogno dei muri che continuano ad alimentare la paura che ci porta ad eliminarci l’uno contro l’altro».

Dov’è l’origine di questa situazione?

«Non lo so, forse parte dall’Impero Romano, dai Greci, dalla storia, dalla Prima Guerra Mondiale ma arriva un momento in cui è necessario per tutti, non solo per noi artisti o per voi che fate informazione o per le persone comuni, di dire “…bene, è questa la vita che vogliamo? Cosa ce ne viene in tasca? Possiamo avere un’opinione? E la nostra opinione non viene presa in considerazione?”. Ricordi la manifestazione che ha coinvolto 15 milioni di persone nel mondo? Era il 15 febbraio del 2003, quel giorno si chiedeva a Tony Blair e a George W. Bush e al resto della loro schifosa banda, di non far cominciare la guerra in Iraq, ma la loro risposta è stata: “Fottetevi, la faremo lo stesso”. E dopo 12 anni possiamo guardarli e guardarci negli occhi e dire: “Indovina un po’? Avevamo ragione noi, è stato un incredibile errore strategico, ha creato un enorme disastro in Medio Oriente. L’Isis l’avete creata voi, siete voi i principali divulgatori della Jihad, voi avete creato gli estremisti, è colpa vostra, e invece volete farci credere che questo clima di odio si sia generato da solo, che la colpa è di qualcun altro e che dobbiamo continuare ad alimentare la macchina della guerra“».

Nel film ci sono tutte le canzoni di “The Wall”, anzi, ce ne sono due che non erano presenti nel disco e poi ce n’è una dedicata ad un ragazzo brasiliano ucciso “per errore” a Londra dopo gli attentati del 2005. E’ una vittima di questa situazione che si vive nel mondo? Cioè la paura del terrorismo, del diverso?

«La polizia metropolitana ha sparato e ucciso Jean Charles De Menezes nella metropolitana di Londra. Lui non aveva fatto niente di sospetto, è stato un caso di scambio di identità. E’ salito su un treno e poco dopo gli hanno sparato alla testa 8 volte nell’arco di 31’’. Un fatto atroce, tragico e completamente sbagliato, ma quello che ha turbato di più i suoi genitori, che ho incontrato a Porto Alegre durante il tour, è che nessuno ha mai chiesto scusa o si è assunto la responsabilità di questa morte – nessuno – e questo è davvero disgustoso. Il tema di “The Wall” è quindi molto attuale, ancora adesso si costruiscono muri in Europa contro l’immigrazione. La continua opposizione allo straniero è inevitabile, è sempre molto forte, ma quasi sempre è completamente sbagliata, e questa è la cosa interessante. Noi del Nord Europa (il Regno Unito, Francia e Belgio, Germania, Spagna e Portogallo, ma anche l’Italia) dobbiamo accettare che siamo stati noi a sconvolgere le loro vite, a creare le situazioni dalle quali adesso sono costretti a scappare. Perché alla fine dell’epoca coloniale, tra il 19° e il 20° secolo, abbiamo lasciato loro solo dei miseri resti dopo che avevamo finito di saccheggiare le loro terre. Quindi penso che dato il nostro passato coloniale abbiamo delle responsabilità, soprattutto in questo momento storico, quindi è nostro dovere aiutare queste persone, che a casa loro muoiono a migliaia e venendo da noi annegano a centinaia, e ignorare i messaggi di quella parte gretta e fascistoide della società che purtroppo è sempre pronta a cavalcare l’odio per lo straniero».

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