IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
SHABLO
Foto di Matteo Valentini

SHABLO «Il rap? C'è una parte di me che si nutre anche d'altro, avevo bisogno di fare musica differente»

Un disco prossimo a uscire – il 22 gennaio per la precisione. Ma anche progetti, visioni da un tempo futuro, conti artistici da far quadrare con Roccia Music, l’etichetta che lo vede da anni in cabina di regia assieme a Marracash. E’ molto più che un produttore, Shablo. Ed è anche qualcosa in più di un semplice imprenditore alla scoperta del talento altrui o desideroso di cavalcare oltre il limite l’onda lunga del rap italiano. Bel personaggio, Shablo. Con una testa. Vi portiamo a scoprirlo in questa intervista.

Il dj-producer negli ultimi anni ha guadagnato spazi tali da essere abilitato alla qualifica di “artista” vero e proprio. Sembrano distanti gli anni in cui era considerato solo “quello che metteva su i dischi”. 

«Il dj-producer è sempre stata una figura fondamentale nel processo creativo, quello che è cambiato negli ultimi anni è il riconoscimento del proprio ruolo anche al di fuori del mondo discografico. Come dici tu, sembra che finalmente si sia elevato da semplice “tecnico” ad artista vero e proprio. Sono moltissimi gli esempi – soprattutto all’estero – di producer che hanno raggiunto risultati che non hanno nulla da invidiare a frontman e cantanti. Credo che quello che faccia la differenza oggi – più di ieri – sia la “visione” che un artista vuole portare nel mondo. E ovviamente anche il modo in cui si presenta e si riesce a “vendere” al grande pubblico».

Come vedi il futuro?

«Sono convinto che nel futuro sarà ancora di più una figura protagonista, proprio perché oggi a differenza di ieri la tecnologia ne ha facilitato il proliferare, e i tantissimi ragazzi armati di laptop che con un software scaricato stanno a casa a fare beats dalla mattina alla sera, avranno sicuramente bisogno di sentirsi rappresentati anche a livello popolare».

Il 22 gennaio 2016 arriverà un nuovo album. Cosa ci sarà all’interno e che tipo di lavoro hai fatto su di esso? 

«Questo è un album che avevo bisogno di fare. Un’urgenza creativa alla quale dovevo rispondere. E la creazione di “Avantguardia” – questo nuovo contenitore che ci siamo creati con Pepsy Romanoff e Ok Rocco – mi ha convinto che finalmente era arrivato il momento di farlo. Negli ultimi anni mi sono dedicato quasi totalmente al mondo del rap italiano, con grandissime soddisfazioni. E continuerò sicuramente, perché ho tantissimi progetti ancora da realizzare. Ma c’è una parte di me che si nutre anche d’altro e che chiede spazio e che aveva bisogno di fare musica differente. Il futuro – nella musica ma nel mondo in generale – è nella fusione, il mix. Mischiare gli elementi mi ha sempre intrigato, forse perché ho sangue meticcio con una lunga storia d’immigrazione alle spalle. Per cui dentro questo disco c’è un po’ di tutto».

Spiegati meglio…

«E’ un disco internazionale, prodotto e registrato con cantanti, musicisti e produttori che ho scovato a New York, ad Amsterdam, in Perù. Ma ho coinvolto anche collaboratori e amici italiani, come Charlie Charles e Big Joe nella programmazione ritmica di due brani, Mace nella co-produzione di qualche traccia e tanti altri. E’ il seguito del mio primo album solista del 2008, “The Second Feeling”, che in molti soprattutto tra i più giovani non conoscono – anche perché non uscì mai in digitale. Fino ad ora. Infatti oltre alle canzoni inedite, “Mate y Espiritu” conterrà anche un secondo cd bonus con “The Second Feeling” – e verrà ovviamente per la prima volta pubblicato anche in digitale. Potete già ascoltare il primo estratto in collaborazione con Mumi – bellissima voce ed esperta suonatrice di handpan – si intitola “Remember”».

Oggi che si vendono i singoli, che è tutto un fiorire di mp3, cosa spinge un artista a fare ancora un disco mettendo assieme tot canzoni con un filo logico? Non è una scelta incoerente coi tempi attuali?

«Non credo sia una questione di incoerenza con i tempi, ma più di un’esigenza artistica. Ovviamente i tempi cambiano, e con essi il mercato e le dinamiche che lo muovono. E sicuramente ci stiamo spostando più sulle uscite singole che verso grandi album (soprattutto in generi come la dance o l’elettronica che vivono di release singole) anche perché i tempi di consumo della musica ormai sono da fast food dove la domanda comune per lo più è: “…perché perdere tempo a creare un album quando neanche un mese dopo l’uscita è già etichettato come “vecchio”, “passato”?”. Ormai la quantità sembra che abbia preso il definitivo sopravvento sulla qualità – bisogna essere sempre sul pezzo, fare uscite costanti, altrimenti il mondo ti dimentica. Sembra sia questo a muovere il mercato, una filosofia da paranoia che sfrutta l’ego smisurato degli artisti di essere dimenticati e passati di moda. Io lo capisco e mi adeguo quando facciamo le strategie con i vari artisti che seguo, ma in verità ho sempre creduto che paghi un altro atteggiamento, come qualcuno disse: “La potenza non consiste nel colpire forte o spesso, ma nel colpire giusto”».

Roccia Music, l’etichetta che vede te e Marracash in cabina di regia, è un punto di riferimento per molti aspiranti rapper. A livello puramente imprenditoriale, cosa ti spinge oggi a investire su un artista piuttosto che su un altro? Il possibile seguito sui social? La tecnica? La testa? Il potenziale commerciale come si valuta?

«Un mix di tutte queste cose che hai nominato. Con in primis ovviamente il talento, che deve essere una condizione fondamentale. Se ci sono il talento e la testa, tutto il resto prima o poi – se deve arrivare – arriva. Ovviamente ci vogliono anche un grande impegno e tanta forza di volontà. Ma come in tutte le cose, senza sforzo non si va da nessuna parte. Il punto è che se hai talmente tanto amore e passione verso quello che fai, non lo vivi più come uno sforzo. Per me il trucco sta nel viverlo come un gioco, molto serio, ma pur sempre un gioco».

Mi piace molto la sensibilità che hai coi beats. Oltre al talento, come si alimenta la fiammella dell’ispirazione? Mi spiego meglio: esiste un particolare mood personale, o una città, o una casa, o una persona che riescono ad accendere in te qualcosa che poi si trasforma in beat?

«E’ una sensibilità particolare che si alimenta vivendo. Qualsiasi cosa, persona o luogo possono trasformarsi in ispirazione. La differenza la fa l’osservatore e non l’oggetto osservato. L’ispirazione è sempre lì, dentro di te. E’ che a volte facciamo talmente tanto rumore con pensieri inutili che ci distraggono e ci impediscono di coglierla».

Si fa musica perché, Shablo? Per le feste? Per i soldi? Per poter far colpo sulle ragazze? Per essere ricordati? Per sentirsi Dio?

«Per quanto mi riguarda tutte queste cose che nomini sono delle conseguenze, non delle motivazioni. Ovvio che l’ego – soprattutto quando si è giovani, agli inizi del percorso – gioisce di tutte queste cose, ma possono anche portarti alla rovina. Nel tempo ho imparato a non dar retta a questi aspetti, a volte ancora oggi faccio fatica, le tentazioni sono tante, ma so per certo che sono tutte illusioni. Per me non è stato mai “sentirsi Dio” come dici tu, ma piuttosto entrare in contatto con… quella parte profonda che puoi conoscere solo conoscendoti. E la musica, spogliata da tutte le stronzate inutili che le fanno da contorno, può aiutare nel processo».

La tua professione ti ha portato a collezionare centinaia di ore di volo. Da tutto quel tempo speso contro il finestrino di un aereo, senza connessioni varie, cosa hai imparato e cosa ti ha fatto capire meglio di te stesso?

«Tanti miei colleghi odiano volare, per me non è mai stato un problema perché approfitto di quelle ore per fare cose che altrimenti non avrei tempo di fare. Ad esempio quest’intervista la sto scrivendo mentre sto sorvolando il Marocco in direzione Tenerife Sud con il mio iPhone in modalità aereo, grazie a voi della compagnia! PS: E comunque grazie a Dio da poco hanno attivato il wi-fi in volo sulle tratte intercontinentali ;)».

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