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STELLA MARIS «Non bisogna mai credere ai titoli dei brani, è deleterio e spesso senza senso per chi ascolta»

Stella Maris ha messo assieme – principalmente – le musiche di Ugo Cappadonia e i testi di Umberto Maria Giardini. L’ospite a sorpresa del disco sono gli Anni Ottanta. Ma in questa intervista non abbiamo voluto parlare di passato con Umberto, abbiamo provato a entrare dentro il progetto fra curiosità e potenziali singoli, fra amori andati male e democrazia.

Partiamo da una curiosità. Anche in questo nuovo capitolo del tuo percorso artistico, la tua poetica parla (in alcuni casi) di storie e amori andati male, che sono temi ricorrenti nella tua produzione. Ne hai vissute davvero così tante (di storie finite male) oppure l’artista e la musica sono un grande inganno, un filtrare (talvolta e anche) storie vissute da conoscenti? 

stella maris«Assolutamente no, ho avuto moltissime donne nella mia vita, ma poche compagne, quindi gli amori che finiscono o le storie d’amore finite male non mi appartengono. Seguo spesso nella scrittura una linea di malinconia che probabilmente mi appartiene, ma nulla più».

Il tuo è un lavoro da cronista o da romanziere?

«Mi sento probabilmente più un romanziere per l’appunto, ma lo faccio senza rendermene conto. Scrivo semplicemente quello che mi viene».

Hai avuto delle difficoltà nel lavorare su musiche non tue? 

«No, è stato tutto molto semplice. Sto collaborando con le stesse identiche dinamiche anche al nuovo lavoro in corso dei Bud Spencer Blues Explosion e direi che mi sento decisamente a mio agio. Quando alle mie orecchie arriva qualcosa di buono e che mi piace tutto diventa automatico e paradossalmente semplice».

Con gli Stella Maris è come se parlassi al mondo con una delicatezza nuova rispetto al tuo lavorare da solista, che ha anche momenti di cinico disincanto. Qui si scorge una delicatezza nuova. E’ solo un’impressione?

«Sì, fondamentalmente è solo un’impressione. Forse dedicando l’intero album all’amore gay può anche darsi che mi sia fatto influenzare da una sorta di maggior attenzione a certi temi e al modo in cui esprimerli. Sono capace di scrivere in molti modi. Potrei anche cimentarmi nello scrivere rime rap, ne sarei capacissimo, peccato che il rap mi faccia cagare quindi resterà per sempre un risultato nascosto».

La vera forza del disco è quella – a nostro avviso – di sembrare a tutti gli effetti il lavoro di un gruppo più che il risultato di cinque soggetti. Che democrazia si è instaurata fra voi per permettere un risultato del genere?

«Ho fondamentalmente preso le redini io, anche se debbo dire che ho trovato nella band dei complici perfetti. Essendo il membro più anziano del progetto, senza il mio pragmatismo saremmo stati ancora in sala prove a scrivere i brani. Più che altro sono convinto che un certo rigore nel lavoro porta sempre a buoni risultati. Ho la fortuna di sapere sempre quello che faccio, nel caso di Stella Maris poi ho avuto vicino persone splendide e preparate, tutto è diventato più semplice nonché spedito».

L’album ha diversi singoli, però noi abbiamo eletto a nostra… stella polare questo: “Quando un amore muore non ci sono colpe”. Dobbiamo credere al titolo del brano?

«Non bisogna mai credere ai titoli dei brani, è deleterio e spesso senza senso per chi ascolta. “Quando un amore muore non ci sono colpe” non credo sia uno dei migliori brani dell’album. Il mio pezzo preferito è la traccia 2 (“Rifletti e rimandi”) ma il mio giudizio dipende solo da un discorso puramente tecnico. Quando si entra in studio per registrare un album, non si sa mai come verranno realmente i pezzi. Questa caratteristica bellissima e imprevedibile di questo lavoro, fa sì che un brano apparentemente forte poi si sminuisca da solo, senza motivo, mentre uno che sembrava inizialmente banale e di contorno diventi poi splendido. E’ così».

Tu sei legato a un brano in particolare?

«Io non sono legato a nessun brano in particolare, non lo sono mai stato in vent’anni della mia carriera. Sono legato ai brani altrui. Nella musica italiana ho nel cuore brani di Cristina Donà, dei primi Afterhours, di Daniele Celona e di Lucio Battisti, in quella internazionale a decine e decine di brani di band e cantautori, ma ripeto, non ai miei».

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