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TOMMASO COLLIVA
Foto di Eugenio Vasdeki

TOMMASO COLLIVA «L’estero, e in particolare l'Inghilterra, non è la terra promessa. Ma...»

Due cose al volo su Tommaso Colliva. La prima: non è tollerabile ignorarne il nome, perché se ti piace il rock (ma persino l’hip hop americano) per forza di cose un suo lavoro ti sarà passato per le mani. E poi, la seconda: è uno che ha trovato l’America in Inghilterra ma resta legatissimo all’Italia – di solito chi emigra poi tende a fare il gesto dell’ombrello a chi è rimasto. Insomma, di Colliva ci piace la semplicità: questo lavora con gli Afterhours e dà del “tu” ai Muse (occhio, non è un modo di dire…), eppure spocchia zero. In questa intervista abbiamo parlato di “suono perfetto”, ma anche dei percorsi che la musica ha imboccato nell’ultimo decennio. E poi tanto altro.

Tu hai lavorato e lavori con artisti italiani e stranieri. L’approccio (stranieri vs italiani) è diverso nel tuo lavoro in cabina di regia? Oppure la globalizzazione ha superato le differenze culturali e linguistiche?

«La musica dal lato dei musicisti oggi è più che mai globalizzata. Se devo indicare un momento che ha cambiato tutto, direi l’esplosione di MySpace nel 2006/2007, grazie alla quale le nicchie di tutto il mondo sono potute entrare in contatto immediato e grazie alla quale ognuno di noi ha avuto la possibilità di scoprire in tempo zero artisti grandi, medi, piccoli, minuscoli, enormi da tutte le parti del globo che suonavano tutti i generi di musica. Dieci anni prima dovevi recuperare una fanzine stampata in Nuova Zelanda, anche solamente per “leggere” dell’esistenza di un gruppo. Ci sono poi dei tratti culturali/sociali/di mercato che influenzano fortemente la musica proveniente da un determinata scena sia essa una scena locale legata a un luogo reale o una scena composta da persone che amano la stessa musica ma che son sparse un po’ dovunque».

Fammi un esempio…

«Col canto in italiano solitamente c’è bisogno di tanto spazio per le parole, di tanto sviluppo musicale e di evitare la ripetizione. Altrimenti la canzone funziona peggio o è più difficile farla funzionare. E’ una questione di fonetica, grammatica e lingua. La cosa spesso si traduce in una musica diversa da quella prodotta in altri luoghi, un’attenzione al testo maggiore e strutture più lunghe o complesse. Parimenti ogni appartenente ad una scena di musica elettronica tende a usare determinati strumenti indipendentemente dalla localizzazione; oggigiorno sapere le macchinette che usano i Daft Punk è incredibilmente più semplice di tempo addietro. Ciò fa sì che ci possano essere persone che vivono a migliaia di chilometri di distanza che fanno cose che suonano molto simili».

Fantastico, no?

«Ovviamente sono circoli virtuosi e viziosi che si autoalimentano abituando il pubblico a stili, metodi e cliché da cui poi è difficile uscire. Se vuoi comunicare ad un pubblico devi parlare in un linguaggio comprensibile e se il tuo pubblico è cresciuto in Lapponia a volte toccherà musicalmente parlare lappone o fare blues alla lappone. La grossa differenza è che nella stragrande maggioranza, la musica italiana si confronta con il pubblico italiano e basta, e ha necessita di arrivare a quello. E già questo è difficile e richiede sforzi anche estenuanti. La musica prodotta in altri Paesi, America e Inghilterra in primis, ma anche Scandinavia ad esempio, nasce e cresce per viaggiare per il mondo e parlare a persone che parlano milioni di lingue ed è fortemente influenzata da questo fattore che permette di ricercare nicchie globali e se hai 30 ascoltatori in 100 Paesi del mondo li metti assieme e ne fai 3000. Ovviamente è un’analisi tagliata con l’accetta che ha mille varianti ma spero si capisca il senso».

Dei tanti progetti ai quali hai preso parte, qual è stato quello che ti ha dato maggiori soddisfazioni o dal quale hai più imparato e perché?

«Ho imparato, continuo a imparare e imparerò qualcosa da ogni progetto a cui prendo parte e non è un modo di dire. Comunque se devo sceglierne uno, è assolutamente Calibro 35. Ho messo su la cosa che avevo 26 anni e, non avendo vissuto l’adolescenza da ragazzino rock, non avevo mai avuto una band prima. E’ un progetto molto aperto e atipico che mi ha fatto confrontare profondamente con tantissime cose, alcune problematiche, altre bellissime. E’ una costante scoperta e poi quando alla fine un disco che fai viene campionato da Dr. Dre di cui ho comprato “The Chronic” che avevo 12 anni vuol dire che una soddisfazione te la meriti».

Il tuo nome è spesso associato al lavoro coi Muse. Mi dici qualcosa dei Muse che non conosciamo? 

«Vista la bulimia di informazione dei giorni nostri, è difficile dire qualcosa che non si sa. E’ un gruppo composto da tre dei musicisti tecnicamente più impressionanti che abbia mai incontrato; un gruppo che si muove su numeri enormi non solo di vendita ma anche di pubblico e risonanza e che affronta la cosa cercando sempre di spostare l’asticella più su. A volte è molto emozionante, altre volte molto faticoso ma sicuramente ne vale la pena di fare un giro su questo ottovolante».

Parlami dell’Italia. Vista dall’estero, dall’Inghilterra nel tuo caso, l’Italia com’è? E’ un luogo comune pensare che all’estero ci siano occasioni inimmaginabili per il panorama italiano? 

«L’estero, e in particolare l’Inghilterra, non è la terra promessa. Tutt’altro. Ma è un posto dove di musica se ne fa e se ne ascolta tantissima e che ha creato di conseguenza infrastrutture che permettono ai musicisti di fare quello che san fare e alla musica di rinnovarsi costantemente. C’è una competizione inimmaginabile ma se uno sa fare bene quello che fa, comunica a un pubblico e riesce a stare in piedi ci sono anche occasioni inimmaginabili altrove, e uso la parola “inimmaginabili” in senso stretto e proprio: occasioni che non si possono immaginare altrove».

Nella veste di “tecnico” ti senti realizzato? Dopo le tante soddisfazioni che ti sei tolto, quale può essere la tua prossima stazione?

«Mi sento molto fortunato e miracolato ad avere avuto la possibilità di fare della mia passione il mio lavoro. A volte è pauroso pensare che non so fare altro ma poi la paura passa e si registra qualcosa di nuovo. Sono abbastanza zingaro e la prossima stazione sarà il prossimo disco che si farà, il prossimo artista con cui avrò la fortuna di lavorare, la prossima persona che mi lascerà entrare nella sua creatività per dare una mano a farla venire fuori in modo da essere compresa».

Anni fa con Samuel Romano dei Subsonica dibattemmo sul concetto di “suono perfetto”. Esiste il “suono perfetto” oppure è qualcosa di estremamente soggettivo?

«Per stabilire la perfezione devi stabilire dei canoni e, per definizione, sono soggettivi o dipendenti da logica e calcolo. La verità è che la musica perfetta è quella che comunica a chi la ascolta, che fa venire rabbia, brividi e lacrime, che ti fa pensare “ma come fa chi canta a sapere cosa provo?”. Per me la perfezione è “Sea Change” di Beck, “Endtroducing…..” di DJ Shadow e “Rubber Soul” dei Beatles. Tutto il resto è rumore, e purtroppo pure quello mi piace».

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