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ÜSTMAMÒ «La reunion? Chissà. Ma anche in due la squadra è ok»

Luca A. Rossi è uno dei protagonisti (assieme a Simone Filippi) del ritorno sulle scene degli Üstmamò. Duty Free Rockets” è il titolo del disco che segna la fine di un lunghissimo silenzio. Un silenzio durato quattordici anni.

La prima cosa che voglio chiederti, Luca, è relativa alla tua esperienza negli Ustmamò. Partiamo dagli Anni Novanta. Tantissimo interesse attorno al vostro progetto e…

«Tanto interesse e da subito qualche fraintendimento, la gente pensava fossimo i nuovi CCCP, che in realtà ci avevano prodotto, prestato la loro drum machine e regalato tantissime parole per finire le canzoni, quindi nel nostro primo cd uscito nel 1991 c’erano gli “Ust” con le loro musiche e tanti testi dei CCCP: Mara (la cantante, ndr) scrisse un solo testo nel primo album e due nel secondo, furono i dischi più battaglieri».

Poi?

«Dal terzo album in poi, Mara iniziò a scrivere i suoi testi. Le nostre musiche diventarono più consone al mondo di Mara. O almeno… era quello che cercavo di fare io. In generale lavoravamo come una squadra: io facevo il portiere, al massimo il libero, mai oltre il centrocampo; Simone il mediano, andava avanti e indietro a portar palloni come Oriali, ogni tanto segnava. Davanti Mara e Ezio, le due punte. Le cose funzionavano, ci divertivamo».

Nel 2003 lo scioglimento ufficiale. Perché?

«Gli attaccanti non si passavano più la palla, cose così. Qualcuno giocava per vincere, qualcuno per divertirsi, qualcun altro aveva il terrore di perdere. Fine».

Nel nuovo disco ci siete tu e Simone Filippi, e compare in un pezzo Ezio Bonicelli. Con Mara i rapporti quali sono? Pensi ci possano essere margini per una reunion?

«I rapporti con Mara sono ottimi, le voglio molto bene. Con Ezio uguale, accompagniamo in tour Giovanni Lindo Ferretti ormai dal 2011. La reunion per lui è un problema di tempo, dovrei seguirlo molto attentamente e rapirlo quando ha 10 giorni liberi. Con Mara è più complicato, deve decidere lei se far parte dalla squadra e giocare. Ma anche in due la squadra è ok, io e Simone giochiamo a calcetto nel piazzale della chiesa, ovviamente per passione».

Ancora oggi gli Ustmamò sono ricordati come un gruppo capace di caratterizzare un’epoca musicale. Suppongo sia una gratificazione per te, ma ti chiedi mai cos’ha contribuito a lasciare un segno così profondo?

«Non ho una percezione così precisa rispetto a questo fatto, ma se fosse come dici tu ne sarei felice».

Che pena che fanno le tv italiane: abbiamo 8000 canali che trasmettono 24 ore al giorno e mai una band che suona live. Ma non rimpiango il passato, perché anche oggi c’è molta vitalità artistica

Rimpiangi mai la vitalità artistica degli Anni Novanta?

«No, perché anche oggi c’è molta vitalità artistica, forse più di allora. Mi dispiace molto che sia diventato più complicato suonare dal vivo, che è il mio modo preferito per promuovere la musica. Pensa anche alla pena che fanno le tv italiane: abbiamo 8000 canali che trasmettono 24 ore al giorno e mai una band che suona live».

Di tutti i gruppi che hanno caratterizzato il florido periodo degli Anni Novanta, e che si sono sciolti, ce n’è uno in particolare che vorresti rivedere dal vivo o riascoltare?

«Direi di no, fosse possibile cambierei decade e magari anche continente, me lo concedi? Macchina del tempo, Elvis nel 1958».

Negli anni hai diviso il palco anche con Giovanni Lindo Ferretti, un’amicizia che ha radici lontane. C’è qualcosa che hai imparato da lui, dal vostro lavorare assieme? Che tipo è Giovanni lontano dalle luci del palco?

«Dovrei stare qui a parlarne per troppo tempo, vista la sua complessità e tutto il resto. Ho imparato un casino di cose da lui, gli voglio bene e quando posso lo ringrazio sempre. In 25 anni ho conosciuto molti musicisti e cantanti e quasi sempre le canzoni erano molto meglio di loro e dei loro caratteri. Difficilmente un artista è meglio delle sue opere. Ferretti lo è decisamente. A volte ci metto 10 anni a capire un suo pensiero ma questo è un problema tutto mio».

L’immagine in copertina nel nuovo disco cosa rappresenta?

ÜSTMAMÒ_duty_free_rockets«E’ un mix tra un western tipo The wild bunch/Pat Garrett e un classico di guerra. Rappresenta solitudine, paura, disperazione e forza, libertà. Il  mio soldato non è un carnefice, più probabilmente vittima. La title track parla di questo soldato esploso su una mina da qualche parte in Afghanistan e alcune parole del testo sono sue».

Se guardi la scena musicale attuale, quali artisti credi abbiano raccolto il vostro testimone?

«Il testimone l’abbiamo sotterrato sotto un ciliegio quando ci siamo separati, il giorno della reunion lo recupereremo».

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