IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
Home > Interviste > VERDENA
ALBERTO VERDENA
Foto di Francesco Costa

VERDENA «Oggi mi sento più legato al jazz, alla classica o ad un certo filone della psichedelia rispetto al grunge»

Si è concluso da poco il tour all’estero che li ha visti riempire alcuni dei locali più interessanti delle capitali d’Europa. Tornati in Italia, i Verdena sono impegnati negli ultimi live prima di parcheggiare il furgone e tornare in studio. Sei concerti particolarissimi (ne restano 3), totalmente dedicati agli ultimi due dischi della band: “Endkadenz Vol.1” e “Endkadenz Vol.2”. Con Alberto Ferrari, la voce dei Verdena, abbiamo voluto parlare di questi ultimi spettacoli ma non soltanto.

Questi live estivi saranno davvero gli ultimi prima di rientrare in studio? 

«Sì, saranno gli ultimi».

Avete già del materiale che vi suggerisce di chiudervi in studio, Alberto?

«No, non abbiamo nulla. Sarà lo studio a suggerirci di creare del materiale. Facciamo una cosa alla volta, da sempre».

Nel corso dei recenti live all’estero, che pubblico avete trovato? 

«Mi stupisce sempre vedere così tanti italiani all’estero. Quest’anno mi sembra si siano ulteriormente moltiplicati. Quasi tutte le date sono andate sold out e in locali molto più capienti delle volte scorse per giunta! E’ stato strano perché noi di solito andiamo in giro con l’idea di farci conoscere. Forse in parte ci siamo riusciti vista l’affluenza».

Avete imparato qualcosa da queste esperienze?

«No, non abbiamo imparato molto da questa tournée in particolare. In Italia ovviamente abbiamo più comodità ed è più facile. All’estero c’è ancora quella dimensione di fatica, di conquistarsi un pubblico nuovo che forse in Italia un po’ abbiamo perso».

Sarebbe facile dire che rispetto agli esordi, vi siete progressivamente allontanati dal grunge e dall’America. A cosa vi sentite musicalmente più vicini, oggi? E’ eccessivo dire che quello dei Verdena è una sorta di cantautorato moderno?

«Boh! Non ci sento così allontanati dall’ameringlesi, rimangono comunque delle influenze forti. Ci sono gruppi che ascoltavamo 20 anni fa e che ascoltiamo ancora con piacere, magari con un’attenzione e un’attitudine diversa. Magari i brani che ci piacevano una volta non ci piacciono più e ci piacciono quelli che prima ci lasciavano più freddi. Poi è ovvio che si ascolta anche altro e questo altro in qualche modo ci dà degli spunti. Forse ultimamente mi sento più legato al jazz, alla classica o ad un certo filone della psichedelia rispetto al grunge. Però gruppi come Nirvana o Melvins sono dei capisaldi. Oggi probabilmente ci sentiamo più originali di quanto lo eravamo agli esordi, perché abbiamo giocato e sperimentato tanto con gli strumenti, con i suoni con un approccio diverso alle registrazioni. In ogni caso, quello che credo veramente, è che mi sento di dire che facciamo musica, magari con un certo gusto che ci rende particolari».

A te piacciono i cantautori italiani? 

«Non ho mai seguito in modo continuativo e attento la musica italiana: pochi dischi mi hanno convinto veramente. Quindi la realtà è che non capisco totalmente nemmeno a cosa si riferisce nello specifico la parola “cantautore”. Ho dei ricordi abbastanza brutti legati a questa definizione».

Condividi l’idea che oggi, forse, i nuovi cantautori sono i rapper?

«Anche il rap lo ascolto poco, ma per quel poco che ne so non mi sentirei di associarlo al cantautorato o tanto meno alla musica italiana in generale».

“Un album doppio è come mettere la propria testa dentro il proprio culo”. Così Billy Corgan anni fa spiegò l’esperienza totalizzante legata al doppio “Mellon Collie and the Infinite Sadness”. Come definiresti invece le vostre esperienze?

«E’ dura, sì! Non posso però dire di essermi sentito nella merda come Corgan, nel senso di essere autofagocitato da una diarrea creativa. Piuttosto direi che era un sensazione tra l’essere semplicemente felice e l’entusiasticamente esausto».

Sempre in tema di esperienze, quella di padre quanto ha modificato la tua visione del mondo? 

«Posso solo dire che è la miglior cosa che mi sia mai capitata. E’ amore. E di certo ha cambiato tutto in meglio».

C’è una canzone dei Verdena di cui vai particolarmente orgoglioso?

«Ci sono brani che preferisco e mi piacciono molto come “Canos”, “Nuova luce” e “Puzzle” ma non sono ancora veramente soddisfatto».

Dei gruppi italiani che arrivano dagli Anni Novanta, che hanno avuto un discreto successo e che lavorano stabilmente con le major, siete forse l’unico che non è mai stato (ancora?) a Sanremo. Hai mai immaginato i Verdena su quel palco?

«Sì, ogni tanto ci penso, mi figuro la cosa e rido!».

Mi dici la tua su Manuel Agnelli a “X-Factor”?

«La vita è come una scatola di cioccolatini…».

***************

Di seguito le ultime date estive dei Verdena:
14.08.2016 – Olbia Mota Music Fest
02.09.2016 – Prato Settembre / Prato è Spettacolo – Piazza Duomo
09.09.2016 – Desio (MB) Parco Tittoni

Tag