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VINICIO CAPOSSELA «La poesia di De Andrè toglie i veli, spiega le cose. A volte mi ha rivelato di essere sulla strada giusta»

Per molti rappresenta il naturale erede di Fabrizio De Andrè. E in effetti – confrontando lo stile, la poetica dei due artisti – i rimandi, i punti in comune, si sprecano. Lui è Vinicio Capossela. «Questo è un grande complimento e nell’accettarlo non vorrei peccare d’immodestia. Fabrizio De Andrè è un maestro e anche un po’ una divinità, e nel corso del cammino ho riconosciuto nella sua opera anche un po’ di potere  divinatorio. Quando si avanza alla maniera dei pellegrini, cercando la strada, può capitare di riconoscere qualche speciale punto, e scoprire che qualcuno ci è passato prima e ne ha riportato notizie. Uno magari sta andando a cercare le Indie e passa dall’isola di “Hispaniola” e trova i segni di Colombo nei racconti delle popolazioni indigene. Io non sono partito conoscendo l’opera di De Andrè, ma mi ci sono imbattuto di volta in volta riconoscendo un passaggio, e scoprendo poi le piramidi azteche che aveva lasciato tra le frasche. In altre parole non ero partito seguendo le sue tracce, ma le ho trovate man mano. Non avevo conoscenza diretta, ma mi sono poi imbattuto nei racconti di chi gli è stato vicino, e questo fatto ogni volta mi ha riconfortato e mi ha dato la sensazione di non avere sbagliato del tutto, di non essere lontano dalla meta».

Quando hai incontrato le tracce di Faber ad esempio?

«Eravamo negli Stati Uniti e ho letto i “Racconti dell’Ohio” di Sherwood Anderson. Sono rimasto molto colpito da tutte quelle facce nascoste dietro la facciata di questa piccola comunità rurale. Era una specie di “Spoon River” dei vivi. Ho iniziato a mettere in strofe i personaggi: il Reverendo, il Telegrafista, la Maestra, il Solitario, e mano a mano nel dargli la struttura della ballata, mi veniva alla mente Fabrizio, molto più che non i grandi maestri americani a cui sarebbe stata naturalmente e geograficamente più vicina. Mi tornava alla mente il suo modo di affrontare l’America, il suo  modo di recepire la frontiera, le storie di piccola comunità che riempiono “Non al denaro, non all’amore né al cielo”».

Altri ricordi?

«Sì, era successo anche prima, per esempio durante la scrittura di “Ovunque Proteggi”, ero molto suggestionato dalla mitologia e dalla Bibbia del Vecchio Testamento, e ho trovato, in dono, sulla strada, “La buona novella”. Quando ho scritto le “Canzoni della cupa” ero in Sardegna, e ho scritto la canzone del “componidori”, la maschera a cavallo di Oristano: nascosto dietro quella maschera ci ho trovato ancora lui, nella terra dei grandi silenzi, dove la gente pronuncia il suo nome sempre con rispetto. Credo insomma che ci siano diverse storie in cui ci si è imbattuti, ognuno a suo modo. Personalmente credo di fare più caso al rito, alla situazione in sé. La poesia di De Andrè va più a fondo, toglie i veli, spiega le cose, rivela morali. E a volte mi ha rivelato di essere sulla strada giusta».

Qual è il tuo rapporto con la scrittura, la lettura? I libri sono grande fonte di ispirazione o lo è di più la vita quotidiana?

«A volte sento così vive certe strade, certi personaggi delle pagine, da avere la sensazione di conoscerli meglio delle persone reali. Forse perché appunto nei libri sono spiegate le persone. Un grande narratore ti porta fino nel cuore delle persone, svela i motivi che muovono le loro azioni. La vita ci dà i sensi, i luoghi, le persone. Ma non spiega niente. Forse i libri sono così preziosi perché ci  fanno penetrare la vita, e in alcuni casi la eternizzano, come il silenzio».

Ti sei mai sentito un freak?

«Mi è capitato una volta nel luna park che circonda il rodeo di Austin, in Texas, di imbattermi davanti a questo grande telo illustrato dove facevano mostra di sé queste creature “dimenticate da Noè”. Erano disegni molto ironici, e c’era un tipo irresistibile davanti all’ingresso che mangiava il fuoco e recitava il suo “scat”, invitava a entrare dentro, per vedere la mucca a 5 zampe, o la tartaruga albina.. io mi precipitai nel tendone, ma dietro – dentro – non c’era quasi nulla. Ho pensato che è un po’ quello che facciamo nella vita: quando ci presentiamo, cerchiamo di fare intravedere attrazioni, cose, “tutto vivo, niente morto”. Poi quando sei entrato e hai già pagato il biglietto scopri che dietro siamo pieni di attrazioni interiori, deformità, cose da mettere in mostra. Cose interiori e cose in carne ed ossa, che mostriamo magari da dentro una gabbia dorata, in cui vogliamo fare entrare qualcuno».

Qualcuno ti giudica un artista “intellettuale”: cosa pensi di questa definizione?

«Penso di essere più un artista “sensuale” che “intellettuale”. L’amore, la strada, la passione, la solitudine, l’euforia, il dolore, tutte emozioni che cerco di mettere nelle mie canzoni, sono cose che si avvertono più con i sensi che con l’intelletto. Come diceva Celine: “L’emozione è tutto nella vita, e quando siete morti è finita!”. Però mi piace tanto leggere e passo molto tempo scrivendo. Non sono in grado di sostenere una conversazione con contraddittorio, e non potrei mai convincere nessuno delle mie idee, ma mi piace molto riportare a casa qualche storia di pesce-siluro mentre si banchetta con una frittura di pesci volanti».

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