IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
ZIBBA
Foto di Nicolò Puppo

ZIBBA «Non ho mai fatto musica pensando di arrivare a qualcosa»

Il successo, Sanremo, i Talent, l’amore per la musica. Sergio Vallarino, in arte Zibba, è quasi da vent’anni che bazzica la scena indipendente italiana. Ma non soltanto quella. “Muoviti Svelto” è il suo ultimo lavoro in studio. Forse il più completo. Di sicuro quello più ricco di idee.

La prima cosa che voglio chiederti è su “L’ultimo giorno”. Quando ripensi allo Zibba di quel primo disco, che sensazioni hai? Che sogni aveva e quali ha realizzato?

«Ho un bel ricordo nonostante musicalmente fosse un primo esperimento. Realizzo i miei sogni di continuo, sono fortunato. E forse ho imparato a sognare come diceva quella bella canzone dei Negrita. Quello fu l’inizio dell’esperienza Almalibre, anche se per me era già il terzo disco. Entrammo in studio con poche canzoni e le idee ancora da chiarire del tutto. Un disco che riascolto poco ma al quale sono legato molto».

Professione: cantautore. Che rapporto hai con la scrittura? 

«Affronto la scrittura in diversi modi. Quando scrivo per me lascio che sia l’ispirazione a guidarmi. Quando scrivo per altri metto in gioco la massima professionalità possibile, senza dimenticare comunque di lasciarmi trascinare da quello che l’istinto mi suggerisce».

“Muoviti Svelto” come lo “incastri” nella tua carriera? Lo senti anche tu come il disco della maturazione, oppure è un ulteriore passo avanti verso un obiettivo? Quale?

«Nessun obiettivo. Non ho mai fatto musica pensando di arrivare a qualcosa ma come nel più saggio dei consigli cerco di ricordare che è la strada che si percorre l’unica cosa importante. “Muoviti Svelto” è di certo uno dei miei dischi più importanti, per mille e mille motivi. Arrivato in un momento in cui si sentiva l’esigenza di un cambio sonoro, di un nuovo modo di fare musica per noi».

In questi anni hai frequentato la scena cantautorale italiana. Chi sono – a tuo avviso – i cantautori che oggi possono raccogliere l’eredità dei vari De Gregori, Vecchioni, Dalla, De Andrè, ecc…

«Credo che nessuno raccolga realmente l’eredità di qualcun altro. Quella musica è già stata scritta ed è la migliore in circolazione. Ci sono molte realtà interessanti nel nostro Paese che credo stiano, a volte anche silenziosamente, scrivendo un pezzetto di storia della nostra musica. A volte, se parliamo di cantautori, è talmente poco lo spazio per emergere che capita di scoprire gli artisti solo dopo che ci hanno lasciato. Fortunatamente la rete sta aiutando molto in questo senso. Restare in silenzio diventa quasi solo un fatto di volontà».

Del Festival di Sanremo 2014 che ricordi conservi?

«Bellissimi. Un’esperienza che rifarei domani. Fabio Fazio nel 2014 ha messo su un festival bellissimo, con ospiti eccezionali e una grande cura nella scelta dei giovani in gara. Ci siamo sentiti a casa».

C’è differenza tra il Festival di Sanremo e i Talent? Oppure parliamo di due prodotti dove la musica è solo un pretesto per fare show?

«Restare ancorati ad una certa idea romantica di musica fa bene al nostro cuore ma ci fa vedere le cose solo da un punto di vista. Tutti sappiamo bene pregi e difetti di queste manifestazioni, e io credo fortemente che sia il talento l’unica cosa importante. Quello che poi resta. Quello che può permettere ad un artista di partire anche da un Talent, evitando magari di fare ventenni di gavetta con relativi mal di schiena da furgone, e fare comunque una strada dignitosa e artisticamente interessante. Credo che Sanremo e i Talent siano diversi ma figli dello stesso modo di intendere la musica».

Nelle tue canzoni c’è spesso un velo di malinconia. Posso chiederti che rapporto hai con la felicità e che adolescente è stato Sergio?

«Sono stato un adolescente molto sereno e ora sono una persona molto serena. Affrontare bene questo discorso vorrebbe dire fare una lunga chiacchierata analitica. Felicità è una parola. Conta quello che sentiamo davvero e quale rapporto abbiamo con il tutto, con la morte, con il caso».

Arrivi da una terra, la Liguria, che ha dato i Natali alla canzone d’autore italiana. In che misura la tua terra condiziona/ispira la tua musica?

«Casuale come tutto il resto. Non mi metto a pensare alla Liguria quando scrivo, ma vivere in un posto così bello di certo ispira. Con questi posti ho un legame forte. Qui la gente è tosta, è una palestra di contraddizioni e assurdità. Sono zone dove cresci guardando oltre le colline ma con i piedi ancorati sotto la sabbia. Crescere qui credo sia stato fondamentale per me».

Si fa musica perché? Per i soldi, la fama, le ragazze, 15 minuti di popolarità?

«Per tutto questo di certo, almeno quando si inizia. Poi a un certo punto capita che non puoi farne a meno. Che se devi dire a una persona che l’ami riesci a farlo davvero solo scrivendo una canzone. E allora la musica diventi tu. Diventa un tuo organo. La musica è entrata nella mia vita come una delle cose più importanti che ho. E’ il mio modo di dire le cose. Il mio modo di parlare. Il mio modo di essere, forse».

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