ANEMONE Ronan Day-Lewis

“Anemone” è un film che vive del suo contrasto: da un lato la capacità tecnica e visiva, dall’altro una narrazione che fatica a sostenere il peso delle proprie ambizioni. Alla regia c’è Ronan Day-Lewis, figlio di Daniel Day-Lewis, e la sceneggiatura è firmata congiuntamente da entrambi.
La pellicola è girata con cura: ogni inquadratura è equilibrata, la luce diventa parte attiva del racconto e la fotografia in più di un passaggio colpisce per la sua forza espressiva e per l’intensità cromatica. L’immagine è nitida, a tratti pittorica, con un lavoro accurato su toni e contrasti che dona una dimensione quasi sensoriale all’opera. Ma il cuore pulsante è Daniel Day-Lewis, che torna protagonista dopo anni di silenzio. La sua interpretazione resta superba: gesti minimi, pause precise, sguardi che mutano di scena in scena. La sua presenza copre con maestria molte delle incertezze della pellicola, e diventa facile chiedersi cosa sarebbe stato il film senza di lui.
Sean Bean è un ottimo coprotagonista, solido e misurato. Il resto del cast, invece, spesso sembra presente solo per riempire le scene, senza lasciare un’impressione forte.
La narrazione fatica a mantenere alta l’attenzione, caracollando in alcuni punti e portandosi dietro momenti meno efficaci. La colonna sonora, firmata da Bobby Krlic, propone temi post-rock che contribuiscono a costruire l’atmosfera malinconica del film. Anche se in qualche passaggio risulta leggermente invadente, l’apporto musicale nel complesso non è malaccio e si integra bene con il tono dell’opera.
Il finale non è banale e chiude il racconto con un equilibrio misurato, senza cadere nella retorica.
In sintesi, “Anemone” è un film con un’estetica di qualità e un attore straordinario, ma con una trama che, purtroppo, non è mai all’altezza delle aspettative.
























