
ASAF AVIDAN Alcatraz, Milano, Italia | 28 ottobre 2025
Se nella musica c’è un equilibrio sottile tra spettacolo e umanità, Asaf Avidan all’Alcatraz di Milano lo ha trovato senza giri di parole. È bastato un look che ripescava dai Peaky Blinders — bretelle, giacca tolta presto e camicia rimboccata — per mettere subito in chiaro che qua non si trattava di vedere un concerto-biglietto da visita ma un vero racconto autentico, scomodo e profondo.
Quella voce che nei dischi ti conquista, dal vivo diventa quasi una presenza fisica. Liquida quando deve toccare le corde intime, potente quando si fa teatro, versatile come un attore che cambia costume in un istante, ma senza mai perdere la sincerità. Un’abilità innata, e quando è partita “Lost Horse”, con quel ritornello “Honey, this ain’t love” che colpisce come un pugno, è diventato subito chiaro che sì, l’emozione vale più di ogni altra cosa per l’artista israeliano.
Con “Different Pulses”, invece, Avidan ha strappato l’aria con una voce tagliente che ha squarciato un arrangiamento sospeso e quasi etereo. Un momento di immersione totale.
Lo spettacolo si è concesso anche pause umane: sul palco Asaf si è preparato un whisky con ghiaccio, lo ha sorseggiato adagiandosi su una poltrona per qualche istante. Poi è giunto il turno di “Bang Bang”, e la musica è diventata un sabba, una danza tribale attorno al fuoco durata diversi minuti, un’esperienza collettiva che ha coinvolto la platea in un rito di energia pura. Un unico corpo pulsante.
Con “Not In Vain” e “Sixteen Hooves” è stato capace di tenere l’attenzione altissima. Ma se c’è un momento che ha legittimato il prezzo del biglietto, quello è coinciso con “Haunted”, la nostra traccia preferita dal vivo: un brano che ha confermato quanto l’artista sappia portare al massimo quei contrasti tra potenza e delicatezza, per un impatto emotivo che scava a fondo.
Il bis? Un’altra roba: “One Day/Reckoning Song” è stata allungata, caricata di emozione. Avidan ha cantato uno dei suoi pezzi più popolari e in quel momento è diventato di tutti. Un’onda di intensità. Più una perfetta chiusura del cerchio che un epilogo.
Si ringrazia @Barley Arts per l’ospitalità





























