BEATRICE ANTOLINI Iperborea

Subito la verità. La prima impressione era stata tiepida, e invece questo disco – riascoltato mesi dopo – si è rivelato maturo, coeso e convincente. La musica è un mistero: un giorno cogli solo un dettaglio, mentre molti giorni dopo cogli tutto l’insieme.
I testi sono personali, ma hanno una qualità che permette a chi ascolta di ritrovarsi senza sentirsi intruso: emotivi ma mai eccessivi, diretti. L’apertura con “Il timore” è quasi un manifesto: mette subito in evidenza le capacità vocali, di arrangiamento e produttive di Antolini, delineando un disco che sa alternare forza e delicatezza.
“L’idea del tutto” è probabilmente il pezzo migliore del lavoro: qui l’elettronica prende spazio senza snaturare la vena pop del brano, anzi, la esalta, e il testo convince al pari della musica. “Farsi raggiungere” porta invece una dolcezza nel suo DNA, con un testo che ricorda Battiato e un ritornello che centra l’obiettivo emotivo con precisione.
Negli arrangiamenti Beatrice Antolini conserva l’impulso a stratificare le idee, ma questa volta ogni elemento trova il suo spazio, permettendo alle melodie di respirare e svilupparsi pienamente. Ci sono echi cinematografici, sospensioni atmosferiche che richiamano immagini più che narrazioni, mentre in alcuni passaggi si percepisce una certa affinità ideale con i migliori Bluvertigo: un’attenzione al dettaglio, all’uso creativo delle sovrapposizioni sonore e alla costruzione di un immaginario complesso senza mai risultare artificioso.
In sintesi, un disco che cresce ascolto dopo ascolto, in cui voce, scrittura e arrangiamenti dialogano con coerenza, dando vita a un lavoro sorprendentemente a fuoco e capace di conquistare chi si era inizialmente (e colpevolmente) fermato al primo giro. Come noi.





























