BREVE STORIA DI UNA FAMIGLIA Lin Jianjie

Come spesso accade con il cinema dell’Estremo Oriente, è necessario accettare un punto di vista narrativo e culturale molto distante dal nostro: più allusivo, meno lineare, spesso concentrato sull’evocare piuttosto che sul chiarire. “Breve storia di una famiglia” segue proprio questa traiettoria, ed è un film che apre molte finestre sulla condizione borghese nella Cina contemporanea, ma altrettante ne lascia aperte anche alla fine, restando sospeso tra il tentativo di scavare in profondità e la scelta di non portare davvero a compimento ciò che ha messo in moto.
Il regista Lin Jianjie costruisce un thriller esistenziale teso, inquieto, centrato sull’arrivo di un ragazzo orfano – Shuo – nella famiglia del giovane Wei. Da lì si sviluppa una tensione sotterranea, più emotiva che narrativa, in cui i ruoli genitoriali si fanno ambigui, le identità si confondono, e il rapporto tra i due ragazzi assume una densità che resta volutamente indefinita. È un film che osserva senza giudicare, che mostra senza spiegare, ma proprio per questo rischia di risultare incompiuto: molte delle dinamiche più potenti vengono lasciate sullo sfondo, e quando il conflitto sembra pronto a esplodere, la sceneggiatura si trattiene, lasciando lo spettatore con una sensazione di incompiutezza.
Detto questo, la regia è elegante, mai compiaciuta, e la fotografia trova momenti di grande efficacia visiva. Su tutti, resta impressa la scena nella camera dei ragazzi, in cui l’uso della luce restituisce in pochi secondi la tensione emotiva e la carica simbolica di un intero rapporto. Anche la prova degli attori è solida, misurata, coerente con il tono del film.
“Breve storia di una famiglia” resta un’opera a metà strada: interessante, suggestiva, ma troppo timida nel momento in cui dovrebbe affondare il colpo. La sensazione finale è che manchi il coraggio di chiudere davvero i conti con quello che ha aperto.




























