BRING HER BACK Danny Philippou, Michael Philippou
A volte l’hype genera una strana forma di resistenza. Visto che in questi anni ne hanno parlato quasi tutti, avevamo inizialmente commesso l’errore di snobbare “Bring Her Back“, la seconda opera dei fratelli Danny e Michael Philippou. Oggi, a visione conclusa, dobbiamo ammettere di aver fatto decisamente male. Ci troviamo infatti davanti a una pellicola seria, un horror confezionato come si deve, in cui ogni singolo tassello narrativo e visivo va al posto giusto al momento esatto.
Ciò che stupisce maggiormente è come la sceneggiatura decida di prendersi parecchi rischi, spingendosi ben oltre il classico ed elementare “compitino” commerciale a cui una grossa fetta del cinema di genere contemporaneo ci ha abituati. I registi usano il pretesto dell’occulto per scendere in risvolti psicologici tutt’altro che banali, mettendo a nudo le spaventose fragilità del rapporto materno e, soprattutto, l’abisso insondabile dell’elaborazione del lutto da parte dei genitori.
Un’operazione che funziona anche grazie a un casting semplicemente eccellente. I tre protagonisti — interpretati da Sally Hawkins, Billy Barratt e Sora Wong — restituiscono una tensione palpabile, ma a stupire sono anche le figure di contorno, capaci di lasciare il segno pur comparendo solo per una manciata di scene.
Durante la visione il timore principale risiedeva nel finale, con lo spettro del solito epilogo dozzinale e stereotipato dietro l’angolo. Al contrario, pur senza gridare al miracolo, la chiusura mantiene una coerenza interna ferrea che si dimostra più che sufficiente.
Sorretto dalla disturbante e azzeccata colonna sonora di Cornel Wilczek, “Bring Her Back” è un film stratificato, ricco di dettagli da cogliere, che non solo merita di essere visto, ma che si presta volentieri a una seconda e necessaria visione.





























