
COSMO «Bisognerebbe imparare a non avere paura del pop, purché fatto senza forzature»
Cosmo, artista che unisce cantautorato ed elettronica. «Gino Paoli è sempre stato il mio preferito, soprattutto per gli arrangiamenti. Tenco era elegante, stiloso, impossibile parlarne male».
De Andrè?
«Non voglio dire un’eresia, ma musicalmente non mi è mai piaciuto. E’ stato un grandissimo poeta, un grandissimo paroliere, ma come musicista ho sempre preferito Paoli».
Chi sono gli eredi dei Mostri Sacri? Ti senti un erede?
«In senso stretto sono legittimato anch’io a definirmi “cantautore”: canto ciò che scrivo. Ma in pratica penso di essere molto lontano dai modelli del passato. Il mio è un progetto che non ha paura di confrontarsi col pop, che usa l’elettronica, che guarda persino con un certo rispetto ad artisti come Timbaland, Rihanna, Beyoncé, Justin Timberlake, artisti pop che però, tolta la patina luccicante, hanno produzioni originalissime. Insomma, bisognerebbe imparare a non avere paura del pop, purché fatto senza forzature».
Mancano le tue riflessioni sui nuovi eredi del cantautorato italiano…
«Ah già, gli eredi. Ci sono, però le televisioni e le radio snobbano certi nomi. Per me gente come Dente, come Colapesce, come Brunori sono tra le cose migliori proposte in Italia negli ultimi anni, però restano nella nicchia perché c’è un certo approccio conservatore al cantautorato».
Perché il nome Cosmo?
«Il nome d’arte l’ho scelto in pochi minuti su suggerimento di un amico».
I cantautori di una volta non avrebbero mai accettato di presentarsi senza un nome e cognome.
«Il mio vero nome è Marco Bianchi, troppo banale. Quando ho chiesto suggerimenti a un amico, mi ha subito detto: “Sei impallato con lo spazio e quelle robe lì, chiamati Cosmo”. Affare fatto».
Basta l’originalità per fare musica, oggi, in Italia?
«No, ci vogliono anche fortuna, costanza, convinzione. Suonare è sempre più difficile, e se vuoi farlo devi essere convinto, non devi accettare tentennamenti, devi disporre di un amore sconfinato verso la musica. Forse il periodo storico potrebbe persino portare a scoraggiare i talenti a buttarsi in questo mondo, però la durezza di questa fase potrebbe anche fungere da stimolo. Vale comunque la pena lanciarsi nel… disordine».





























