HOKUM Damian McCarthy

Damian McCarthy costruisce “Hokum” in un luogo isolato, tra una leggenda inquietante e presenze che si insinuano lentamente nella storia. La prima parte gioca soprattutto con il mistero e con l’attesa, cercando di alimentare la curiosità senza però arrivare a un vero slancio. Il film procede così in maniera piuttosto cauta, affidandosi soprattutto all’atmosfera. Le cose migliorano nettamente nella seconda parte, quando il racconto acquista maggiore concretezza, anche se “Hokum” continua a faticare nel trovare una propria quadra. È un limite che finisce per lasciare la pellicola in una sorta di terra di mezzo: non abbastanza debole da essere liquidata, ma nemmeno abbastanza risolta da lasciare davvero il segno. A giocare a suo favore ci sono soprattutto l’atmosfera e un’estetica ben costruita, che svolgono il loro compito senza cercare di strafare.
Adam Scott si inserisce bene nel tono generale. Il resto del cast? Contorno senza grossi guizzi.
Una nota a margine. Chi ha visto “Keeper” di Osgood Perkins potrebbe cogliere un sottilissimo rimando tra le due opere: sono film molto diversi, il riferimento va preso come una semplice suggestione, ma qualche punto di contatto c’è.
Il finale è una mezza delusione: nella sua necessità di diventare accogliente e rassicurante, assume quasi un tono infantile, finendo per smussare proprio quella componente di inquietudine che il film aveva cercato di costruire.
In conclusione. “Hokum” è un lavoro un po’ così così: si lascia osservare, ha una buona atmosfera e qualche elemento interessante, ma non trova mai sino in fondo una propria identità. Non è una pellicola inguardabile, semplicemente è una di quelle che difficilmente consiglieresti a un amico e che, con ogni probabilità, non avresti particolare interesse a rivedere una seconda volta.





























