LA FINE DI OAK STREET (The End of Oak Street) David Robert Mitchell

I momenti di tensione ci sono, e sarebbe ingeneroso definire “La fine di Oak Street” un brutto film. Il problema è un altro, e ci ha accompagnati fuori dalla sala con una domanda piuttosto semplice: era davvero necessaria questa rivisitazione di “Jurassic Park”? Per gli amanti dei dinosauri e del survival thriller, la combinazione è quasi irresistibile: creature preistoriche, fughe, inseguimenti e una minaccia costante che alimenta il ritmo. Eppure, almeno per noi, il coinvolgimento si è spento prima dei titoli di coda, lasciando una sensazione di soddisfazione piuttosto tiepida.
David Robert Mitchell costruisce il suo racconto mettendo insieme parecchi ingredienti. C’è innanzitutto la lezione di Spielberg, filtrata attraverso l’immaginario di “Jurassic Park”, ma affiorano anche il mistero alla J.J. Abrams, il padre di “Lost”, e suggestioni che rimandano a “The Dome” di Stephen King. Un assemblaggio quasi da Frankenstein narrativo, nel quale modelli differenti vengono cuciti insieme per generare una creatura nuova. Il problema è che la creatura, pur muovendosi parecchio, sembra sapere poco di sé. Tensione, fughe e inseguimenti scandiscono il racconto e ne sostengono il passo, ma quando si cerca un motore più profondo degli avvenimenti emergono lacune evidenti. Le spiegazioni latitano, alcune dinamiche restano nebulose e il mistero, anziché alimentare progressivamente la curiosità, finisce talvolta per diventare un alibi narrativo. Il film chiede allo spettatore di accettare parecchie premesse senza restituire sempre un senso altrettanto solido.
Ewan McGregor e Anne Hathaway fanno il loro, senza particolari guizzi. Hathaway appare appena più incisiva del collega, sebbene la distanza sia minima.
Diventa inevitabile aprire un discorso su Mitchell, regista e sceneggiatore. La messa in scena è ordinata, il controllo del ritmo non manca e alcune sequenze dimostrano una buona padronanza del genere. Ma dov’è finito il regista di “It Follows”? Quella straordinaria opera aveva una personalità visiva e concettuale difficilmente confondibile, capace di trasformare un’idea horror relativamente semplice in qualcosa di perturbante, elegante e sorprendentemente duraturo. Dopo quel film, però, Mitchell sembra aver smarrito proprio ciò che lo rendeva riconoscibile. “Under the Silver Lake” ha mostrato un autore più dispersivo, sedotto dalle proprie ossessioni e meno interessato a governarle; “La fine di Oak Street” prosegue, in una forma diversa, questa traiettoria. Qui il problema non è l’ambizione, ma la distanza tra l’enorme quantità di riferimenti messi in campo e la forza dell’identità che dovrebbe tenerli insieme. Alla fine resta un prodotto discretamente efficace sul piano dell’intrattenimento, soprattutto per chi cerca dinosauri e adrenalina, ma meno convincente quando prova a essere qualcosa di più. E allora la domanda rimane: “It Follows” è stato un colpo di fortuna irripetibile?





























