LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE (The Disappearance of Josef Mengele) Kirill Serebrennikov

Tratto dal romanzo “La disparition de Josef Mengele” di Olivier Guez, “La scomparsa di Josef Mengele” segna un passaggio importante nel cinema recente di Kirill Serebrennikov. Non è un film sulla Seconda guerra mondiale, ma su ciò che viene dopo: la lunga, inquietante latitanza di uno dei suoi protagonisti più oscuri, raccontata senza enfasi morale e senza scorciatoie emotive.
Il film sceglie una postura da cronaca più che da ricostruzione storica in senso stretto. Serebrennikov osserva Mengele mentre tenta di riscrivere se stesso: si giustifica, minimizza, rimuove. La macchina da presa non lo assolve, ma gli concede spazio, lasciando che sia lo spettatore a misurare il peso di quelle parole. È una scelta rischiosa, ma coerente, che crea un continuo gioco di equilibrio tra esposizione e distanza critica.
La narrazione si muove su più piani temporali, alternanza che non sempre risulta fluida e che, in alcuni passaggi, spezza il ritmo. È forse l’unico vero limite di una pellicola che per il resto tiene la linea con fermezza, sorretta soprattutto dall’interpretazione di August Diehl. Il suo Mengele è asciutto, opaco, mai caricaturale: un corpo che invecchia, si nasconde, si irrigidisce, diventando il centro silenzioso del racconto.
Rispetto all’eccesso controllato di “Limonov”, qui Serebrennikov lavora per sottrazione. La regia è sobria, le inquadrature misurate, il montaggio evita virtuosismi inutili. Ne esce un film teso e pensato, che rinuncia a dire l’ultima parola e preferisce restare in una zona scomoda, dove l’umanità mostrata non consola ma inquieta.





