MARTY SUPREME Josh Safdie

“Marty Supreme” è un buon film, forse leggermente sopravvalutato dal passaparola iniziale. La pellicola mescola noir e azione sportiva, con il tennis tavolo come filo conduttore e vero cuore della narrazione. Il protagonista, Marty Mauser, interpretato da Timothée Chalamet, è un personaggio narcisista e borderline, la cui ossessione per il gioco diventa un tratto identitario fondamentale. La figura di Mauser si ispira liberamente a Marty Reisman, leggendario campione americano di ping‑pong, e il parallelismo tra finzione e realtà aggiunge spessore al racconto: non è una biografia fedele, ma il modello esiste realmente, e questo rende la costruzione del personaggio più intrigante.
Il cast di contorno regge bene: Abel Ferrara, nei panni del gangster, è credibile e a suo agio, mentre Gwyneth Paltrow offre una prova discreta. Molto convincente Odessa A’zion che interpreta la compagna incinta di Mauser: la sua presenza aggiunge umanità al protagonista e spessore alle dinamiche narrative. C’è spazio anche per Fran Drescher.
La regia è pulita e funzionale, senza virtuosismi eccessivi, mentre la colonna sonora a volte risulta un po’ invadente. Il film alterna momenti brillanti e spassosi ad altri più deboli, come quando la storia insegue il protagonista nei suoi espedienti per ottenere un letto o qualche dollaro, con una ripetizione che smorza la tensione. Il finale, molto romanzato, scivola nei territori della classica americanata: negli Stati Uniti ciò funziona sempre senza problemi, mentre a noi lascia qualche dubbio, pur comprendendo la scelta della produzione di accontentare il pubblico.
In definitiva, “Marty Supreme” è un buon film: ben interpretato, tecnicamente solido, con momenti coinvolgenti e uno sguardo curioso sul mondo del tennis tavolo, ma non ha la scintilla dell’opera eccezionale.





