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PAOLO MENEGUZZI «I giovani hanno da una parte una grande fortuna, internet, dall'altra una grande sfiga, internet»

Il Coraggio” è il singolo che segna il ritorno di Paolo Meneguzzi sul mercato italiano. Ma non aspettatevi un disco di inediti all’orizzonte, oggi le sue priorità sono altre. Scopriamole…

Il tuo nuovo singolo sembra calzare a pennello a queste ultime drammatiche settimane. La musica può fare/dare coraggio oppure il coraggio è un percorso così intimo che parte da noi?

«Il coraggio è molto profondo, la musica può aiutare a non farti sentire da solo, a sostenere le tue scelte di coraggio. Ma senza una scelta che arriva dal tuo io, decisa, la musica non può fare miracoli. Il coraggio è una forza così interiore che la musica può smuovere solo se senza la musica non vivi, se è la tua passione, allora sì può essere decisiva».

Pensi che questa situazione e questo riscoprirci terribilmente vulnerabile davanti a un nemico invisibile possano portare – alla fine – a qualcosa di nuovo, a una presa di coscienza (dei singoli) diversa rispetto al passato?

«Siamo sempre stati vulnerabili. Siamo vittime di un sistema che ci tratta come pedine per i suoi interessi. Facendoci vivere al limite delle possibilità, mantenendoci schiavi di un sistema che non sappiamo più se sia reale o costruito, se vi siano lobby e da chi siano formate. Sono domande che noi piccoli ci facciamo ogni giorno. Siamo governati? Da chi? Il Coronavirus è frutto di una strategia dei potenti? O sopra i potenti ci sono delle persone ancora più potenti? Fatto sta che il 99,9% della gente si sbatte come non mai per arrivare alla fine del mese, per poter pensare di uscire a mangiare una pizza o per farsi una vacanza».

Che ruolo può avere, oggi, in questo momento, un artista: intrattenere comunque il pubblico usando i mezzi a disposizione, oppure cercare di elaborare questi giorni provando di conseguenza a dare – tramite l’arte – una chiave di lettura?

«Non ho mai conosciuto solo artisti, ho conosciuto donne o uomini come gli altri. In questo momento cantiamo, chi perché lo sente, chi per far qualcosa, chi per pubblicità, chi per unirsi alla massa. La mia personale chiave di lettura è che regalare musica non fa comunque bene alla musica. Noi artisti per ego, e fama, ci distruggiamo con i nostri mezzi e poi ci lamentiamo della discografia e di internet».

Chiusi in casa, e talvolta in una condizione di solitudine terribile, cosa può avvicinarci alla felicità?

«La fede, chi ce l’ha davvero. Una famiglia, chi ce l’ha davvero. Un amico, chi ce l’ha davvero. Una passione, chi ce l’ha davvero».

Quando uscirà il tuo nuovo album?

«Non ho in previsione album, devo dire la verità: mi carico a molla per un singolo, poi dopo un mese mi passa già la voglia. Non ho voglia di farmi vedere, ho voglia di suonare, di comporre, di aiutare i ragazzi. Su di me non progetto più così tanto se non in funzione di essere un mezzo per i giovani. Mi piace molto di più e ci metto molta più forza. Parlando di forza, una delle mie forze, è sempre stata quella di essere molto lucido sul mio potenziale e sui miei difetti o i miei limiti. Ora sento che le cose che scrivo sono molto forti ma cantate da altri. Fortunatamente sono sempre stato un precursore e questo mi aiuta anche oggi a scrivere quello che scriverebbe un indie o quello che scriverebbe un trapper».

Il mondo musicale italiano (inteso come etichette e manager) è spesso criticato. Tu che lo hai vissuto, che ambiente è? Che consigli daresti a un esordiente?

«I giovani hanno da una parte una grande fortuna, internet, dall’altra una grande sfiga, internet. Possono essere e crescere indipendenti, facendo numeri sui social. Il problema è che sempre di più sui social adesso i numeri li fanno i buffoni. Non so il compromesso quanto lo paghi poi nel futuro se lo accetti. Io credo ancora che fare le cose fatte bene, con un ufficio stampa, buona musica, e una buona etichetta che crede in te sia il passo più giusto. Un Talent? Perché no, in fondo sono i nostri Sanremo, te la giochi e se sei bravo davvero è un’opportunità».

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