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PIERPAOLO CAPOVILLA «Credo nella cooperazione, non nella competizione, che sia stramaledetta»

Per le vie della città”, il nuovo singolo di Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri, è il punto di partenza di questa chiacchierata con l’artista veneto, reduce dall’ottimo riscontro ottenuto al cinema con la sua interpretazione ne “Le città di pianura”, che lo ha portato nella cinquina finale ai David 2026. In questa intervista c’è spazio per il nuovo album in lavorazione, per il cinema, per le guerre, per Pasolini e anche per qualche deviazione più leggera: un botta e risposta che a tratti sconfina nel cazzeggio, ma senza smettere di dire cose serie.

Partiamo da “Per le via della città”, il nuovo singolo: è un pezzo che funziona subito, ha una bella presa. Possiamo definirlo un pezzo pop?

«È una canzone scritta con il cuore, dalla parte degli ultimi, e certo, è “pop”, nel segno della “canzone popolare”, una canzone che si rivolge alla gente, alle nostre speranze democratiche».

Cosa ci sarà nel nuovo album in lavorazione?

«Sarà, come sempre, un disco “politico”. Siamo tutte e tutti stanchi della violenza armata, dell’abisso morale che ci circonda, abbiamo un gran bisogno di canzoni sincere e indignate».

Hai lavorato in progetti collettivi e anche in progetti da solo nella tua carriera. La tua arte rende meglio quando instauri attorno a te una democrazia, oppure il vero Capovilla-artista dà il meglio di sé nella dittatura?

«Che bizzarria! Credo nella cooperazione, non nella competizione, che sia stramaledetta».

Guardandoti indietro dai tempi degli One Dimensional Man fino a Il Teatro degli Orrori, ci sono errori di cui ti penti amaramente?

«Indietro non si ritorna, questo è poco ma sicuro. La vita è fatta di tentativi, sforzi, obiettivi da raggiungere, progetti, ma anche di fallimenti, malinconie, rammarichi. È la vita. Per come la vedo io, dei miei errori, che sono tanti, me ne infischio bellamente. Ho vissuto, that’s it».

Hai spesso cantato l’amore nelle tue canzoni. In modo obliquo, ovviamente. Tu hai capito cos’è l’amore?

«L’amore è donarsi, senza chiedere niente, ma proprio niente in cambio. È credere – direbbe Majakovskij- nella grandezza del cuore umano, e coltivarla».

A leggere i tuoi colleghi candidati a “miglior attore protagonista” dei David, c’è da provare un senso di vertigine? Insomma, è una bella botta di autostima?

«Nessuna vertigine, né botta di autostima. Sono un neofita del cinema, e sono incredulo per il successo del film, incredulo e felice, in particolare per Francesco Sossai, il regista, e per tutta la troupe, nessuno escluso».

Proviamo a cazzeggiare: sarà tutto pilotato, vero? Ti pare che quella sera non vanno a premiare uno come Servillo o magari Santamaria per il suo ruolo drammatico ne “Il nibbio”? 

«Tutto pilotato? Non credo. E comunque sia, m’importa fino a un certo punto. Esserci, ai David, con ben sedici nomination, è già un risultato clamoroso».

“Un’intera civiltà morirà stanotte”, parole recenti di Trump contro l’Iran. È possibile che una frase del genere – terribile – non abbia scandalizzato l’Occidente e la sua opinione pubblica?

«Trump è un sociopatico, rispondergli è inutile. Noam Chomsky, ben prima dell’avvento di Trump, usava dire che il Partito Repubblicano è la più grande e potente associazione a delinquere del mondo. Ma questa ideologia dello sterminio è forse una caratteristica precipua del sistema capitalistico. In questi giorni sto sfogliando “Olocausto Americano”, di Stannard. Di che cosa dovremmo sorprenderci? Personalmente mi sorprendo (e mi rammarico) soltanto di una cosa: non aver letto certi libri quando avevo vent’anni, maledizione!».

Oggi in Italia manca più un Pasolini oppure un Craxi capace di dire no agli americani? È ovviamente una provocazione, una iperbole per tratteggiare il grande vuoto che abbiamo attorno.

«Non scherziamo! È Pier Paolo Pasolini che ci manca, senza se e senza ma. E certo, il livello culturale dell’attuale personale politico è talmente basso, da farci rimpiangere un Craxi, se non addirittura un Andreotti. Erano dei doppiogiochisti, ma il livello politico-culturale era decisamente migliore dei mascalzoni che governano oggi il Paese».

La Meloni è andata da Fedez nelle scorse settimane. C’è un politico italiano che ti piacerebbe intervistare in pubblica piazza? E cosa gli chiederesti?

«Sai chissenefrega di Fedez e la Meloni. Se potessi intervistare un politico sceglierei D’Alema, e gli chiederei perché diavolo volle rompere quella regola aurea, e il dettato costituzionale, di non permettere di coinvolgere la Repubblica Italiana in una guerra. Era il 1999, e all’esercito USA e alla NATO furono offerte le basi italiane e persino i Tornado dell’aeronautica militare per bombardare la Serbia. Fu l’inizio dell’inesorabile declino della sinistra italiana. E per forza, noi compagni la guerra la odiamo, e non è una questione sentimentale, ma di principio».

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