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Smell of Grunge Alessandro Cancian, Giacomo Graziano

smell of grunge

Smell of Grunge” è un viaggio appassionato e documentato tra i dischi (da quelli imprescindibili a quelli dimenticati) della scena musicale della Città di Smeraldo. Dall’iconico “Nevermind” dei Nirvana, al fragore ruvido dei Mudhoney, dalle atmosfere cupe degli Alice in Chains all’introspezione lirica dei Soundgarden. Da chi ha preconizzato il Seattle Sound come Skin Yard, Melvins e Green River all’operato visionario dell’etichetta discografica Sub Pop Records, che più di tutte ha creduto in quelle band. Questo libro, oltre a recensire e analizzare i dischi che hanno definito l’estetica degli anni Novanta, si spinge più in profondità, offrendo spunti dettagliati sul contesto socioculturale in cui il grunge è nato e proliferato, per comprendere la rabbia e la poesia che si nascondeva tra quei riff di chitarra distorti e saturi, tra quelle voci straziate che urlavano il disagio di una generazione.

ALESSANDRO CANCIAN: Collaboratore del sito Smell of Grunge, con lo pseudonimo di Charles Poisonheart, scrive di musica indipendente sul blog Heart of Glass e sul blog In-Retrospettiva.
GIACOMO GRAZIANO: Ideatore di Smell of Grunge, blog e collettivo che affonda le radici nella scena di Seattle, collabora con diverse formazioni musicali indipendenti. Nel 2023 ha pubblicato il volume “Gli anni del Grunge – Italia 1989-1996”.

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Abbiamo approfondito i temi del volume con uno degli autori, Alessandro Cancian.

Analizzando il grunge, cosa hai capito? È un semplice genere musicale oppure è uno stile di vita, un modo di pensare, finanche una filosofia? E soprattutto, il suo messaggio è ancora attuale?

«Il grunge è una passione che viene da lontano, dai primi ascolti in adolescenza e dai dischi acquistati agli inizi degli anni Novanta. È qualcosa che abbiamo assimilato nel tempo. In origine era il “Seattle Sound”: il suono sporco del Northwest, espressione di una scena piena di vita e talento. Solo in seguito si è iniziato a parlare di grunge, quando i colossi dell’industria musicale hanno messo sotto contratto le band locali, MTV ha introdotto i loro video in heavy rotation e i media hanno acceso i riflettori su quel mondo. Forse risulterò purista, ma non credo che il grunge rappresenti un genere musicale in senso stretto, né una filosofia di vita: sarebbe una definizione limitante. Non è un caso, infatti, se il sottotitolo del nostro libro punta l’accento su “La Scena di Seattle e i suoi dischi”. Per me il grunge è stato una stagione musicale breve e straordinaria, capace di riportare in primo piano il rock, le chitarre e la rabbia giovanile, scardinando le certezze delle grandi etichette discografiche: per la prima volta, la musica alternativa conquistava le classifiche mondiali. Per i detrattori — spesso influenzati dalla fine tragica e prematura di Kurt Cobain — il messaggio del grunge si limitava a sentimenti di depressione e negatività. In realtà, era voce dei bisogni della Generazione X: l’audacia di rivendicare uno spazio proprio, con regole nuove e in netto contrasto con i valori della generazione dei loro padri. Oggi, ovviamente, i tempi sono cambiati, così come i sogni e le esigenze dei giovani. Tuttavia, finché gli adolescenti continueranno a subire il fascino di figure come Kurt Cobain, Layne Staley o Chris Cornell, significa che una parte di quel messaggio è ancora attuale, ed è riuscita a resistere al tempo e alle mode».

Quando si parla di grunge vengono subito citati i Nirvana, eppure il movimento è stato vastissimo. Per chi volesse approcciarsi al genere, quali band dovrebbe scoprire — o riscoprire — per coglierne l’essenza più autentica?

«All’interno del fenomeno grunge convivono stili e approcci differenti. La scena locale si nutriva di punk hardcore californiano, heavy metal e dell’eredità del garage rock, genere molto in auge nel Northwest già nei primi anni Sessanta. Oltre ai nomi che hanno raggiunto il grande successo commerciale, come Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains e Pearl Jam, sono esistite molte altre realtà che non hanno avuto la stessa fortuna mediatica. Se dovessi indicare dei nomi imprescindibili, citerei sicuramente i Mudhoney e i TAD, che furono le punte di diamante della Sub Pop Records prima dell’esplosione globale dei Nirvana. Tuttavia, per risalire alle radici di quel sound ruvido e sporco, non si possono ignorare gruppi come Green River, Blood Circus o Skin Yard. La loro musica non era né immediata, né melodica, ma incarnava l’essenza più viscerale e pura di quello che allora chiamavamo semplicemente Seattle Sound».

La rabbia del grunge oggi vive nei testi del rap? È possibile trovare dei punti di contatto o parliamo di mondi completamente diversi?

«In ogni epoca, la musica ha saputo trovare un suono e un linguaggio capaci di interpretare lo spirito del tempo. Il grunge è stato fondamentale per dar voce alla rabbia giovanile dei primi anni Novanta, proprio come il punk fece alla fine degli anni Settanta, segnando un punto di rottura con il passato. Il rap ha sicuramente plasmato il linguaggio e i costumi degli anni Duemila, ma non credo che oggi sia ancora così centrale o che la sua forza espressiva sia ancora dirompente. Anche il rap è stato digerito, addomesticato ed edulcorato dall’industria musicale: solo in pochi hanno ancora il coraggio di osare. Attualmente viviamo in uno scenario musicale molto frammentato. Non è cambiato solo il modo di acquistare e fruire la musica attraverso lo streaming, ma anche l’approccio stesso all’ascolto. Nelle logiche mainstream si presta sempre meno attenzione ai testi o al messaggio dell’artista. Si prediligono l’aspetto scenico, la coreografia, melodie veloci e orecchiabili, come se ogni canzone dovesse nascere per l’uso esclusivo sui social network. E nonostante esistano ancora songwriter dalla penna acuta, questi non si rivolgono più alle masse, ma a nicchie piccole e frammentate. Tuttavia, non possiamo — e non dobbiamo — privarci della musica e del suo profondo valore socioculturale».

Il volume è corposo. Rileggendolo prima di mandarlo in stampa, vi è rimasto il desiderio di approfondire altro?

«Per “Smell of Grunge” abbiamo impiegato quasi tre anni tra ricerca, ascolto e stesura. Insieme a Giacomo Graziano abbiamo selezionato quasi un centinaio di dischi, con l’obiettivo di fornire un quadro esaustivo e coerente di ciò che ha alimentato la scena di Seattle e di quanto è poi salito alla ribalta come grunge. Abbiamo citato album e band sconosciuti ai più, cercando di costruire una narrazione che non si esaurisse nei soliti nomi noti. È un lavoro organico che speriamo possa essere apprezzato sia dai fan storici, sia dai semplici curiosi».

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