
SPEAKER CENZOU «Mi sento vicino a chi cerca di raccontare la verità, a chi rischia, a chi non cerca la soluzione più semplice»
Il mese di dicembre si è aperto con “Ali“, il nuovo singolo di Speaker Cenzou, un ritorno, una ferita, una rivincita, una confessione, un avvertimento. «Potremmo dire che, dal suo concepimento, “Ali” racchiude e ha avuto nel suo corso un po’ tutte queste definizioni».
Da dove partiamo?
«Da una ferita è venuto un trauma, le varie parti dell’anima si sono confessate tra loro, avvertendosi reciprocamente dello stato generale, chiedendo una reazione che potesse generare un senso di rivalsa, quindi di rivincita, cercando uno strumento, quindi, metaforicamente, le “ali” per innalzarsi in volo rispetto al “pantano” che può essere generato da un forte malessere interiore».
Quali porte future apre questo singolo?
«Questo singolo in realtà riapre un percorso iniziato nel 2023 che, per mie vicissitudini personali, ha purtroppo subito una brusca interruzione, ma che con “Ali” stiamo rimettendo sui binari che ci eravamo prefissati. Percorso iniziato con “House Boat” con Clementino, e con i singoli successivi, “Tu Me Raie” e “Suppergiù”, e che sicuramente, nei prossimi mesi, ci porterà altri singoli, fino all’uscita del prossimo album. In più, come spin off d’eccezione di questo percorso, la prossima primavera dovrebbe uscire “Malavia”, un film della regista Nunzia De Stefano prodotto da Matteo Garrone, di cui ho curato personalmente tutta la soundtrack, che pure uscirà come progetto discografico con la nostra label Magma».
Qualche anno fa ti sei definito un “un vecchio sopravvissuto”. Ti senti ancora così? Non ti reputi un “privilegiato”: chi meglio di te può raccontare l’evoluzione del rap in Italia? Hai avuto una visuale privilegiata.
«Sinceramente non so quanto calzi questa visione di privilegio. Avere una lunga esperienza può aiutare sicuramente per degli aspetti prevalentemente di natura artistica e consapevolezza, ma dal mio punto di vista spesso diventa solo un’etichetta facile da affibbiare per chi ha una visione stretta e approssimativa, del tipo “quello è un dinosauro dell’old school”. Sicuramente la definizione del sopravvissuto è ancora quella che sento mi appartenga di più ma il racconto del rap in Italia, purtroppo, non è mai stato oggettivo. Si dice che chi vince scrive la storia ma se, ad esempio, la gente ha iniziato a vincere nel 2006 o nel 2016, resta il fatto che si sono scritte pagine di storia, e non si possono cancellare con un colpo di spugna i tre decenni precedenti: ormai tantissimi nomi rilevanti non sono mai citati, come se tutto quello che è successo prima del 2006 non fosse mai esistito. Il rap italiano soffre di un complesso di Edipo molto pericoloso per la sua stessa narrazione che, a tratti, diventa quasi “cancel culture”».
In che modo le tue esperienze personali più recenti hanno cambiato il tuo modo di scrivere e di stare sul beat rispetto agli inizi?
«Quando sei agli inizi hai la necessità ossessiva di sentirti in competizione con gli altri per bisogno di affermarsi, tuttavia quando ho iniziato io la roba era che, per spaccare, dovevi essere unico, fare qualcosa in un modo originale e che nessun altro aveva fatto o faceva come te. Oggi la gara è a chi vende di più, non a chi ha più stile, flow o originalità. Oggi per essere riconoscibile, spesso si ha la necessità di utilizzare produzioni, immaginari o narrazioni che già esistono per dimostrare che si appartiene a questo o quel filone musicale. Fortunatamente per me, oggi, non ho la necessità di competere, né di dimostrare nulla a nessuno, e questo mi conferisce una libertà artistica molto differente: scrivo e pubblico musica per bisogno comunicativo, perché è insito nella mia natura, non ho bisogno di trend topic per scrivere, né di accodarmi a una wave, ho bisogno di assecondare la mia creatività e ogni esperienza personale che ho vissuto, e che vivo anche oggi, aggiunge tessere al mosaico della mia produzione artistica».
Nella tua carriera hai collaborato con tanti artisti diversi: ce n’è uno che ti ha spostato proprio la testa sul modo di scrivere o di pensare la musica?
«Diciamo che ogni collaborazione mi ha arricchito del confronto umano e artistico aggiungendo di volta in volta elementi e upgrade. Un po’ come quando nel film “Highlander” il protagonista, tagliando la testa di ogni immortale, ne acquisisce la consapevolezza e le esperienze. Ma volendo entrare nello specifico mi piace ricordare due momenti in particolare. Nei primissimi anni Duemila ho incontrato il mondo della capoeira e ho iniziato a frequentare l’ambiente brasiliano, ad acculturarmi di tutto quell’universo musicale e culturale: il samba e la bossanova naturalmente hanno scardinato la mia concezione ritmica, da che ogni elemento nella nostra cultura era prevalentemente in “battere” iniziai a comprendere in maniera più viscerale il concetto del “levare”, cioè della battuta in anticipo rispetto alla scansione regolare. Quella cosa fu un vero “game changer”, sia nel mio modo di scrivere sia di fare i beat, e la sperimentai subito nella mia strofa nel pezzo “L’anguilla” con i 99 Posse: quel tipo di metrica è stata pionieristica, difatti anni dopo è stata ripresa da tantissimi artisti. Un altro episodio davvero singolare fu quando, nel secondo album dei Sangue Mostro, abbiamo avuto il privilegio di collaborare con la leggenda del Bronx “AG” dei DITC. Per la prima volta vidi un uomo scrivere a mente una strofa monumentale di 32 battute, rappandola “to the top of the dome”, come dicono gli americani, cioè totalmente a mente senza foglio, senza penna, senza telefono, solo la sua testa, il suo flow e il microfono, e tutto questo in 2/3 take perfetti. Una roba che a ricordarla mi emoziona ancora, una dimostrazione di padronanza del flow assoluta e tecnica senza precedenti: ad avercene!».
Hai visto il rap italiano passare dall’essere roba di nicchia a business milionario: cosa ti dà più fastidio della scena di oggi? C’è più buona roba o più merda?
«Roba bella e roba brutta c’è sempre stata in tutte le epoche. Questa differenza non credo che abbia una collocazione temporale, tipo “oggi c’è più merda rispetto a ieri”. Il problema di oggi è che non c’è una pluralità dell’offerta rispetto a ieri. È sempre esistito un circuito mainstream, ma prima esisteva anche un’alternativa, esisteva tutto un circuito “altro” di artisti, band, posti dove suonare, riviste, programmi radio, programmi tv, dove si offriva altro. Oggi vige un’egemonia di quello che chiamano circuito milionario, che ha fagocitato tutto il resto. Un ragazzino oggi non ha proprio nel suo plan quello di diventare un artista forte, un bravo musicista nel suo genere, un performer con le palle quadrate, ma vuole diventare famoso, virale. E anche molti artisti che magari hanno iniziato con dei presupposti differenti stanno virando tutti nel cercare di entrare nel “circuito che conta”. Più che darmi fastidio, mi annichilisce il fatto che non si premi l’originalità e il coraggio creativo. Non c’è molta ricerca, non c’è molto studio di ciò che è successo prima, non c’è un percorso evolutivo, ma solo l’affannosa e spasmodica corsa al contenuto che può diventare virale per il lasso temporale che serve per colmare la bassissima soglia dell’attenzione dell’Era in cui viviamo. Mi domando spesso quanta della roba di oggi sarà eterna».
Oggi che il rap è molto più mainstream, ti senti più vicino alle nuove generazioni o più legato a una certa “vecchia scuola”?
«Mi sento vicino a chi cerca di raccontare la verità, a chi rischia, a chi non cerca la soluzione più semplice, a chi ti stimola l’intelletto, a chi con un suono o una barra ti forza a chiederti “ma questo che cazzo voleva dire?”. E questa roba è atemporale. Citandone due, uno della old e uno della new school, è un tipo di vite che può appartenere tanto a Rakim quanto a Kendrick».
Cosa ne pensi del fenomeno Liberato? Tu hai un’idea di chi possa esserci dietro? Pensi sia un progetto a tavolino?
«Ci sono state un miliardo di speculazioni rispetto a chi potrebbe essere il volto dietro la maschera, e sì, ovviamente anch’io mi sono fatto un’idea. Penso che sia stato un buon mashup di varie influenze classiche e contemporanee, che si è incuneato perfettamente nel periodo storico attuale, e con un taglio molto internazionale, che gli ha dato la possibilità di arrivare a vette importanti e lo ha consolidato come una realtà che, per dei versi, ha settato un nuovo paradigma nella musica napoletana. Ma per ovvi motivi al suo progetto preferisco Geolier, che incarna un certo tipo di napoletanità molto più vicina al mio sentire e, a prescindere dalle mille declinazioni stilistiche che può avere, Emanuele rappa da paura, a prescindere dal beat. E ogni release sposta l’asticella sempre un po’ più su mentre Liberato, dal mio punto di vista, non ha più quell’appeal di quando era nel suo prime».
Saresti un buon giudice per un Talent? Ti piacerebbe?
«Probabilmente no, nel senso che non lo sarei in un Talent di musica generalista come quelli che ci sono oggi. Se ci fosse un format solo per il rap e magari, che ne so, l’RnB, potrebbe essere più interessante, più stimolante, ma forse mi sentirei più a mio agio in veste di coach esterno che di giudice».





























