TRAIN DREAMS Clint Bentley

“Train Dreams” è un film che ferisce piano, senza cercare effetti facili, e proprio per questo lascia un segno profondo. Clint Bentley costruisce un racconto che ha il respiro del grande affresco e insieme l’intimità di una confessione, trovando un equilibrio raro tra dolore privato e riflessione universale. Dentro c’è la vita, con i suoi misteri insondabili, con gli strappi improvvisi, con quella domanda irrisolta su come si possa continuare ad andare avanti quando tutto sembra spingere nella direzione opposta. A sorreggere il film, in modo quasi totale, è Joel Edgerton. La sua interpretazione è di quelle che non hanno bisogno di forzature: basta uno sguardo, un’esitazione, un gesto trattenuto per dare corpo a un uomo attraversato dalla perdita, dal silenzio e dalla fatica stessa di esistere. Edgerton conferma ancora una volta di essere uno degli attori più bravi della sua generazione, e anche uno dei meno celebrati rispetto al suo reale valore. Attorno a lui si muove un cast assemblato con grande intelligenza: Felicity Jones e William H. Macy occupano ruoli laterali, ma decisivi, perché danno consistenza emotiva e slancio a un impianto narrativo che non potrebbe funzionare senza questa precisione d’insieme.
Sul piano visivo, Bentley firma una regia elegante, fatta di inquadrature studiate, immagini di grande bellezza e momenti di autentica classe cinematografica, senza mai cedere al compiacimento. La splendida fotografia di Adolpho Veloso amplifica questa impressione, ma l’estetica non prende mai il sopravvento: resta sempre al servizio della storia, degli attori, del battito interiore del film.
Se proprio gli si vuole muovere un appunto, si può dire che manchi a tratti un soffio di epicità in più, qualcosa che allarghi ulteriormente l’orizzonte del racconto. Ma è una riserva minima. “Train Dreams” resta un’opera riuscita, capace di farsi strada dentro lo spettatore e di scuoterlo con una forza sobria, adulta, difficile da dimenticare.





























