UMBERTO MARIA GIARDINI «Ho sempre osservato in silenzio quello che mi accade attorno, e quasi mai mi è piaciuto»
“Olimpo Diverso” è il nuovo album di Umberto Maria Giardini, con il quale l’artista affronta l’ennesima scommessa, contro una discografia apparentemente sempre più ricca ma allo stesso tempo ancora bloccata e condizionata dal rapporto deviato tra music-business e televisione. E ovviamente in questa intervista parliamo di ciò ma anche di amore, famiglia, e molto altro.
Questo disco da quali tue riflessioni è nato in principio, insomma, riavvolgendo il nastro, quali sono state le scintille?
«Quando scrivo un nuovo lavoro o quando inizio la pre-produzione di un album, generalmente parto sempre da zero, comprese le riflessioni e/o divagazioni annesse. Quello che a me interessa è fondamentalmente il suono accoppiato all’atmosfera che dovrà avere il lavoro nella sua interezza. Tutto nasce e si sviluppa in numerose ore di lavoro in studio a porte chiuse lontano da influenze esterne. Nel durante accadono cose che inevitabilmente cambiano la fisionomia del materiale, che a sua volta si trasforma, fino al raggiungimento di un qualcosa che convince sia me che i miei collaboratori. E’ esattamente da quel momento che comprendo realmente quello che sto creando, fino ad intravedere i lineamenti dell’opera, spesso solo ipotizzati. Anche per “Olimpo Diverso” le traiettorie sono state queste; creare senza conoscere esattamente la direzione, cercare un orizzonte che non c’era, fino ad intravederlo».
“Frustapopolo” sembra un brano libero e che cerca libertà. E’ un pezzo che può essere un manifesto del disco, a tuo avviso?
«Non lo so, d’altra parte i brani che rappresentano un album nella sua totalità derivano sempre da percezioni molto personali, influenzate dalle diverse educazioni e sensibilità. “Frustapopolo” è sicuramente un brano molto molto importante, che si impone in contrasto alla delicatezza del resto dell’album. Michele Zanni (mio produttore e autore delle musiche) ha centrato in pieno quello che avevo richiesto per il pezzo: il mio desiderio era quello di avere come seconda traccia un brano imponente, dove poter ricamare un testo epico, che mischiasse il dolore e la sofferenza degli operai d’oggi in totale contrasto con la visione della vita di molti giovani. Un brano dove assaporare la consapevolezza del sacrificio, assieme alla retorica di cui molti si nutrono. La mia è e vuole essere una riflessione a chiaro carattere politico, nel tentativo di far comprendere cosa siamo diventati. “Frustapopolo” è tutto questo, una dichiarazione sull’ipocrisia odierna, secondo la quale la sinistra va contro alla sinistra».
Nella tua carriera artistica hai spesso cantato l’amore nelle sue tante forme: di coppia, familiare, l’amicizia. Oggi forse è un sentimento… “dal motore ingolfato”, parafransando un verso di “Topazia”? Mi spiego meglio: è ancora un sentimento che dà valore alla vita, oppure viviamo in un’epoca in cui le priorità sono altre?
«L’amore è e sarà sempre il collante della vita di ognuno di noi. Oggi tutto è cambiato, la mente degli esseri umani dà ogni giorno un’oggettiva prova di essere deviata. L’amore resta, deve restare immutato nel suo più profondo significato. Oggi più di sempre. Il valore delle parole ha sempre meno peso, poiché siamo (specialmente in Italia) decisamente declassati in una graduatoria di comprensione della vita. Vivendo in una sorta di nuovo medioevo (o finto rinascimento), nel mio piccolo e con i miei limiti, io faccio e scrivo quello che posso. Il mio lavoro, la mia scrittura sono paragonabili a un messaggio all’interno di una bottiglia, lanciata nell’oceano delle insicurezze altrui. Chi la raccoglie leggendola deve tradurla e tentare di comprenderla, ma senza aspirare ad alcun insegnamento. Stop».
Qualche giorno fa guardavo la tua discografia su wikipedia. Osservando il numero di pubblicazioni si potrebbe pensare a un uomo pienamente appagato dal punto di vista artistico, nel cassetto non dovrebbe essere rimasto nulla. Che sensazioni provi quando riguardi la tua discografia? Come certi attori, c’è qualche album di cui ti sei pentito?
«In tutta onestà non guardo mai al mio curriculum, probabilmente condizionato dal fatto che, in Italia, non rappresenta più alcun valore aggiunto. Se lo avesse sarei un musicista, professionalmente parlando, di sicuro più occupato. Evitando qualsiasi ipocrisia, io so chi sono, conosco e riconosco molto bene il valore di ciò che nelle decadi ho scritto e prodotto, tuttavia guardo sempre avanti consapevole del mio carattere che negli anni non mi ha di certo aiutato, né a farmi gli amici di merenda, né a leccare i culi altrui. Ognuno di noi il proprio futuro un po’ se lo crea, io onestamente non ho molti rimpianti, sono stato sempre onesto con me stesso e con gli altri, quasi sempre a mio discapito perché ho sempre evitato scorciatoie e inutili ipocrisie».
“Vipera blu” è un pezzo che sembra molto intimo, molto personale, ha il testo che più mi ha colpito. E’ un brano dedicato a una persona precisa? Com’è nato?
«”Vipera blu” è un brano molto ispirato e dedicato ad una persona un tempo a me cara, ma è qualcosa di troppo personale per parlarne. Non voglio costruire misteri attorno a quello che scrivo, non l’ho mai fatto, sento però la necessità di lasciare un vuoto e una sana distanza tra me e l’ascoltatore, se non altro su alcuni temi che nelle canzoni affronto. Ognuno deve ascoltare, leggere e tradurre le sensazioni come meglio vuole. Il segreto della poesia vive e germoglia esattamente lì, nel mistero. Conoscere i dettagli delle cose non sempre aiuta. Non sapere agevola, talvolta è addirittura necessario».
Hai guardato i Festival di Sanremo degli ultimi anni? Ti piacciono? Pensi che dietro i Sanremo di oggi girino gli stessi interessi di quando hai partecipato tu?
«Non saprei cosa dire, faccio davvero difficoltà a parlarne. Quello che continua ad interessarmi e a sorprendermi sempre maggiormente del Festival di Sanremo è il presupposto del bluff, che ogni anno puntualmente si ripete, sempre più temerario e con una modalità spudoratamente pianificata prima. Tutti coloro che si esibiscono nelle serate finali non sono autori e interpreti che hanno inviato i loro brani. Ogni anno (e non solo io) nel nostro ambiente si conoscono con largo anticipo alcuni dei nomi che parteciperanno al Festival. Questa è la prova tangibile che la manifestazione non è assolutamente legata ai brani e alla loro scelta fatta, come molti credono, su una graduatoria di ascolti ed eventuali preferenze. Chi merita o meriterebbe, non ci arriva nemmeno. Tutto invece gira sui rapporti e sugli scopi economici tra direzione artistica del Festival e major (o etichette potenti) che propongono ogni anno i loro nomi. Ne scaturisce che molti dei partecipanti (specie nella scena chiamata “indie”) si vengono a sapere con larghissimo anticipo. Dulcis in fundo c’è poi il pubblico e la sua straordinaria capacità di ignorare tutto questo. La gente non sa, ma non finisce qui, quasi tutti si vantano di non voler sapere. Nell’estate del 2024, mentre ero al mare con la mia famiglia, parlavo al telefono con un noto produttore per un semplice e affettuoso saluto. Mi raccontava con una serenità spiazzante e forse anche figlia dei tempi che viviamo, di essere in studio per concludere l’album di un artista noto a tutti, già presente al prossimo Festival di febbraio. Parlava della frenesia e della inequivocabile necessità di avere tutto pronto per l’autunno. A Festival concluso sarebbe partita immediatamente la macchina, con: album, videoclip del primo singolo, ufficio stampa, tour, e via dicendo, e così poi è stato! Tutto pianificato già dall’estate. A questo punto avere l’amara consapevolezza che in Italia tutto è pilotato, è demoralizzante, c’è davvero così poco da dire. Quando esistono obiettivi economici così preponderanti, i poteri forti della discografia nazionale dettano legge. La maggior parte delle persone comuni non sa come funziona, chi lo sa invece gira la testa dall’altra parte per convenienza».
Manuel Agnelli in questi giorni ha detto, riferendosi a X-Factor: “Mi hanno pagato un sacco per essere lo stronzo che sono”. Quasi a voler affermare una sorta di libertà in certi contesti, pensi sia così? L’industria, per come l’hai conosciuta te, consente di prendere soldi ed essere liberi, oppure è un inganno, un’illusione?
«Agnelli, prima di essere un musicista e un paroliere straordinario, è un super manager di se stesso, lo sanno tutti. Nonostante quello che dice e che fa sia solo e sempre a suo favore, è comunque vero. D’altra parte mi chiedo e vi chiedo: dove sono questi eserciti di persone e di fruitori di musica che, alimentati da valori etici e morali, si oppongono a queste modalità contrattuali dell’industria musicale e televisiva nazionale? Se dovessimo stilare un elenco dei personaggi che accettano vagonate di soldi per prestare la loro competenza e incompetenze a tali show, non basterebbe tutta l’azienda Fabriano. La polemica che anni addietro nacque tra me e J-Ax (forse qualcuno la ricorderà) secondo voi da cosa scaturì? Semplicemente dalle mie dichiarazioni fatte al Corriere della sera, dove in un’intervista affermavo cosa pensavo delle giurie di questo nuovo show televisivo, considerato dagli addetti ai lavori rivoluzionario, per il suo ruolo nella scoperta di nuovi talenti musicali. Questa spazzatura mediatica dove la musica diventa rifiuto inorganico della cultura popolare, che procura fondamentalmente solo passaggi di denaro, in fondo chi preoccupa? Questa evidente e spiccata diseducazione che viene inculcata a famiglie di subumani e di conseguenza ai loro ragazzi pronti a leccare qualsiasi cotenna, in fondo in fondo chi danneggia? Manuel Agnelli come tutti gli altri ha accettato quel ruolo solo ed esclusivamente per denaro, tanto denaro, lo dice lui stesso. I suoi fans grazie alla televisione (non solo con X-Factor) nel tempo sono quintuplicati, tuttavia Agnelli, tutt’altro che stupido, sa benissimo che Il comparto musica attraversa un’agonia oramai irreversibile. Presto, molto presto, finirà tutto. Incassare le altissime somme pagate da X-Factor per fare, come lui afferma, “lo stronzo”, è un gesto di assoluta coerenza, in un mondo che, in totale deriva, non chiede più niente a nessuno, ma che come un pesce affamato nell’acquario, abbocca a quello che gli si dà. Ognuno di noi è quello che vuole essere, la differenza sta nel fatto che, ad alcuni è consentito, ad altri no. Sono consapevole che tutto è cambiato radicalmente nella vita di tutti noi, e che l’impoverimento culturale nel nostro Paese oramai dilaga. La musica conta sempre meno e non veicola più nessun sentimento o insegnamento, credere che lo faccia è l’illusione dei più ingenui».
Da genitore, come ti sembra questo mondo? Sei preoccupato? Sei ottimista guardando le nuove generazioni?
«Da padre cerco e tento di essere sempre concentrato su mio figlio, pur sapendo che non potrò né dovrò imporgli mai niente. Da antifascista orgoglioso di esserlo, rivendico che la politica italiana sia la principale causa del nostro disfacimento sociale, nonché di quella decadenza che nei tempi a venire non potrà che peggiorare, anche in caso di inversione della nostra classe dirigente. Sono convinto che il problema sia nel nostro DNA, forse troppo sopravvalutato. L’italiano dagli errori ha sempre imparato poco. Non sono mai stato una persona particolarmente ottimista, posseggo però un forte senso dello humor che quotidianamente mi aiuta a vivere bene. Ho sempre osservato in silenzio quello che mi accade attorno, e quasi mai mi è piaciuto».


































