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UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA Paul Thomas Anderson

una battaglia dopo laltra

Una battaglia dopo l’altra” è stato caricato di significati politici che non regge. Negli Stati Uniti è diventato un piccolo totem: la sinistra lo ha abbracciato per le sue tesi progressiste, mentre una parte della critica più conservatrice — e anche Bret Easton Ellis, autore di “American Psycho” — lo ha bocciato senza mezzi termini. Ma il punto, al di là delle ideologie, è che non funziona. È una pellicola debole, disordinata, che parte con qualche promessa e poi implode nella propria pretesa di dire troppo. Anderson mette in scena una storia che vorrebbe tenere insieme dramma, thriller e commedia, ma finisce per frantumarla in toni incoerenti e battute fuori posto, quelle tipiche gag americane che dovrebbero alleggerire la tensione e invece la fanno evaporare.

La prima mezz’ora si regge grazie a una Teyana Taylor sorprendente: la sua presenza dà corpo e ritmo, tiene in piedi un film che sembra sapere dove andare. Ma quando il suo personaggio sparisce, resta il vuoto. Da lì in poi tutto si affloscia: la regia si fa incerta, il montaggio perde compattezza, la narrazione comincia a girare su se stessa. Leonardo DiCaprio non è adatto a un ruolo del genere e finisce per banalizzarlo, assecondando la scrittura più che contrastarla. Sean Penn, al contrario, trova un registro più convincente — il suo personaggio, per quanto estremo e costruito su cliché, resta almeno coerente. Benicio del Toro risulta quasi del tutto superfluo allo svolgimento della trama: si ha la sensazione che il suo personaggio esista solo per giustificare la sua presenza, come se fosse stato scritto per mettere in scena Benicio del Toro e nulla più.

Anderson prova a bilanciare temi politici e riflessioni morali, ma lo fa con una scrittura che sembra sempre sul punto di sbriciolarsi. Ogni scena promette uno sviluppo che non arriva, ogni dialogo parte con un’intuizione che si perde nel vuoto. Ci sono passaggi in cui il film si prende troppo sul serio e altri in cui diventa involontariamente ridicolo. Il risultato è una sensazione costante di disallineamento: i personaggi non evolvono, la tensione non cresce, e anche i momenti emotivi finiscono inghiottiti da un ritmo che non sa più che direzione prendere. Il problema più grande è la noia: la seconda parte si trascina senza slancio, e l’ultima mezz’ora è un calvario. Anderson tenta una chiusura in stile Tarantino, tra spari, dialoghi e improvvise inversioni di tono, ma il gioco non regge. L’azione è priva di peso, la violenza è decorativa, e il finale sembra voler rassicurare lo spettatore, come se il film cercasse di giustificarsi dopo due ore di incertezza. Tutto appare scritto e montato con la fretta di chi non sa più dove mettere le mani.

Nemmeno la colonna sonora di Jonny Greenwood, di solito impeccabile, riesce a salvare la situazione: è invadente, onnipresente, infilata ovunque, anche nei momenti in cui il silenzio avrebbe fatto respirare la scena. Le musiche sovrastano gli attori, accentuano la confusione invece di contenerla.

In definitiva, “Una battaglia dopo l’altra” è un mezzo disastro, profondamente deludente. Un film che si illude di essere grande cinema perché parla di grandi temi, ma che dimentica di costruire un linguaggio coerente. È ideologico senza essere politico, ambizioso senza essere profondo. Dopo la prima mezz’ora, resta solo l’inerzia di un racconto che non sa più combattere la propria battaglia.

Review Overview

SCORE - 4.5

4.5

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