IL TERZO OMICIDIO (Sandome no satsujin) Hirokazu Kore'eda
Risucchiato dall’algoritmo dei social in un improvviso trend di riscoperta streaming, “Il terzo omicidio” di Hirokazu Kore’eda si svela come un legal thriller atipico, ma profondamente pretenzioso e asfittico. Al centro della vicenda si muovono un assassino reo confesso che fluttua tra la colpa e l’enigma, e il suo avvocato difensore, un tecnico convinto di poter decodificare la realtà attraverso le prove materiali.
In due ore di proiezione, la pellicola tende ad accumulare interrogativi e dinamiche complesse anziché districarli, delegando interamente allo spettatore il faticoso compito di decifrare ogni frammento psicologico. La narrazione scivola spesso nella noia pura, procedendo per inerzia e compiacendosi della propria staticità, come se la regia si facesse bella davanti allo specchio della propria estetica geometrica anziché servire la storia. A peggiorare drasticamente l’esperienza subentra un doppiaggio italiano tremendo e fatto veramente male; una barriera artificiale che penalizza e limita la recitazione degli attori, i quali, al contrario, se la cavano anche piuttosto benino nel trasmettere la drammaticità dei ruoli.
L’intera architettura narrativa si mantiene ostinatamente criptica ed elitaria. Kore’eda confeziona un’opera sterile che prova a sollevare dubbi esistenziali e sociali. Il guaio non sono le intenzioni (i temi affrontati sono seri), ma il risultato, che è proprio bruttino.
Se siete veri appassionati di questo genere di storie e cercate un’indagine potente sulla pena di morte, cambiate pianeta: recuperate il ritmo serrato e travolgente di “The Life of David Gale” con Kevin Spacey. Lì il cinema non si guarda allo specchio, ma colpisce dritto allo stomaco.





























