IT ENDS Alexander Ullom
Non è un film facile da inquadrare, diciamolo subito. “It Ends” è il classico oggetto cinematografico misterioso che chiede allo spettatore un compromesso preciso: cullare per tutta la sua durata una serie di enormi aspettative che, purtroppo, nel finale vengono in parte tradite. È un vero peccato, perché l’idea di base della pellicola diretta da Alexander Ullom è dannatamente interessante: esplorare l’ignoto più assoluto senza conoscerne i confini geografici e, peggio ancora, senza carpirne lo scopo. Il risultato visivo è una sorta di incubo ad occhi aperti. Un inferno lucido in cui quattro persone all’interno di una macchina – interpretate con buona intensità da Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole – si ritrovano a vagare alla disperata ricerca di un punto di fuga da un loop metafisico sconosciuto. L’auto va avanti, i chilometri si accumulano, la sanità mentale evapora.
A tenere in piedi la baracca c’è un comparto tecnico di qualità se rapportato al budget ridotto: il montaggio – curato in prima persona dallo stesso regista Alexander Ullom – è eccellente, scandisce i tempi morti della prigionia stradale e gestisce la tensione in modo crudo. Le musiche, affidate alla firma opprimente e ipnotica di Matthew Robert Cooper, creano un tappeto sonoro totalizzante che amplifica il senso di claustrofobia e alienazione dei protagonisti.
I veri problemi della pellicola si concentrano però nello sviluppo e nella fine. Forse il film vola un po’ troppo alto rispetto a ciò che alla fine riesce effettivamente a dire, interrompendo bruscamente il viaggio drammatico dei personaggi. Da una parte lo sviluppo si sfilaccia quando il gruppo si divide, dall’altra il finale preferisce una risoluzione ciclica e aperta piuttosto che dare risposte concrete al mistero seminato per un’ora e mezza. Resta comunque un’opera coraggiosa. Prova a generare un’attesa spasmodica partendo dal mistero puro e da elementi strutturali semplicissimi, quasi elementari. L’esperimento merita senza dubbio di essere visto, ma con un consiglio per l’uso ben preciso: approcciatevi alla visione azzerando il battage pubblicitario e il marketing aggressivo che ha provato a venderlo anzitempo come un cult assoluto. Non lo è, e difficilmente lo diventerà. Resta però un thriller psicologico fiero (non un horror, attenzione), con ottime idee di partenza e una messa in scena che non si dimentica facilmente.





























