MANDY Panos Cosmatos
“Mandy” è un’opera che nasce con il destino già segnato: o la si ama alla follia o si rischia di lanciare il telecomando contro lo schermo. Il lungometraggio di Panos Cosmatos, firmato a quattro mani nella sceneggiatura insieme ad Aaron Stewart-Ahn, rientra perfettamente in questa categoria. Parliamo di un revenge movie duro e puro con evidenti tratti fumettistici, un trip allucinante che si muove costantemente sul filo del rasoio tra il capolavoro visivo e l’esasperazione strutturale. Dal punto di vista puramente estetico e formale siamo davanti a qualcosa di eccellente. È un bel film, senza mezzi termini. La regia di Cosmatos si dimostra visionaria e chirurgica nel creare inquadrature che sembrano quadri horror anni ’80. La fotografia di Benjamin Loeb si rivela una gioia lisergica per gli occhi, satura di rossi sanguigni e viola al neon, perfettamente supportata da un montaggio che fonde i volti e i paesaggi in un incubo a occhi aperti. A coronare il tutto spiccano le musiche del compianto Jóhann Jóhannsson: un tappeto sonoro distorto, cupo e industriale che entra dritto nello stomaco. Tecnicamente, un gioiello raro. Il problema vero emerge quando si guarda oltre la superficie della pellicola. Parliamo di un lavoro prolisso, lento da morirci dietro. Per assurdo, questa è un’opera che renderebbe molto meglio se guardata a velocità 1.5x. Molti dialoghi risultano eccessivi, logorroici e dilatati fino allo sfinimento senza una reale necessità narrativa. Almeno un terzo del girato è palesemente superfluo: lunghe sequenze interminabili rallentano un ritmo già di per sé compassato, trasformando la visione in una vera prova di resistenza per lo spettatore.
Una nota di merito assoluta va invece al casting. Gli interpreti si dimostrano tutti bravissimi e regalano interpretazioni estreme. Da Linus Roache nei panni del delirante guru Jeremiah Sand, fino agli ottimi attori di contorno e alla splendida e spettrale Andrea Riseborough, il livello complessivo si mantiene altissimo. In mezzo a questo scenario si muove Nicolas Cage. La sua interpretazione nei panni di Red Miller è palesemente ed espressamente eccessiva. È il Cage al quadrato: urla, strabuzza gli occhi, si scola vodka in mutande e sniffa cocaina. Uno stile così too much può piacere o non piacere. A noi, a essere del tutto onesti, non ha fatto né caldo né freddo e non ha regalato particolari emozioni. Allo stesso tempo, però, risulta evidente che il contesto grottesco, lisergico e brutale del film richiedesse esattamente quel tipo di recitazione sopra le righe. Non poteva essere altrimenti.
Tutto questo delirio converge verso un finale ovviamente eccessivo, grottesco e brutale, esattamente come era lecito aspettarsi da una pellicola di questo stampo. Nessuna sorpresa nel bagno di sangue conclusivo, che chiude definitivamente il cerchio di un fumettone horror iper-violento.
“Mandy” resta quindi un esperimento a metà: un trionfo sensoriale per gli amanti della forma che purtroppo si scontra con una pesantezza narrativa a tratti imperdonabile.





























