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SPARTITI Collini e Reverberi vanno oltre il side project: «Crediamo in questa nuova avventura, a breve un disco»

Jukka Reverberi (Giardini di Mirò e molti altri progetti) e Max Collini (voce e testi negli Offlaga Disco Pax) si sono incontrati tante volte: in una canzone, in una sezione (del PCI) e infine sopra e sotto a tanti palchi in giro per l’Italia. Spartiti è il loro nuovo luogo di ritrovo, che ha preso vita alla fine dell’anno dispari 2013 e che da side project si appresta a diventare qualcosa di ancora più serio e definito…

Max, la prima cosa che ti chiedo è d’obbligo: vedi un presente/futuro per gli ODP e soprattutto pensi ci possa essere spazio per andare avanti in due o con una formazione diversa?

Max Collini: «Quella storia si è fermata. Senza Enrico Fontanelli, scomparso solo nove mesi fa a soli trentasei anni, per me e Daniele Carretti immaginare un futuro per gli Offlaga Disco Pax è davvero troppo complicato. Non amo fare previsioni a lungo termine, né credo sia necessario farlo ora, semplicemente la cosa non è contemplata nel presente ed è una sensibilità che condividiamo. Quelle canzoni sono pezzi delle nostre vite, di tutti e tre, e credo resteranno a prescindere da quanto è successo, il resto al momento non è così importante».

Non avete il timore che Spartiti possa essere per i fans degli ODP come il PDS fu per il PCI? Ovvero un’evoluzione e non qualcosa di completamente diverso?

Max Collini: «Chi ha seguito la storia degli Offlaga Disco Pax valuterà, sempre ammesso che gli interessi, se si tratta di una evoluzione o di qualcosa di differente, se gli piacerà o meno e se ci saranno affinità o divergenze. Io e Jukka facciamo una cosa che amiamo fare e l’approccio, le narrazioni, le musiche, i suoni, la prospettiva e il senso mi sembrano parecchio diversi dagli ODP. La sensibilità di Jukka Reverberi in ogni caso non mi pare sovrapponibile a quella di Enrico e Daniele e di certo Jukka è un musicista a cui non manca una personalità propria parecchio spiccata e che pervade tutto il nostro lavoro. Poi è vero che la mia voce è quella, sarà impossibile non collegare in qualche modo le due cose suppongo, ma il ragionamento vale anche per ogni altra esperienza nata da situazioni precedenti. Credo che sarebbe meglio ascoltare e giudicare per quello che Spartiti è e sarà nel concreto, non per quello che potrebbe o vorrebbe essere nei pregiudizi altrui».

Jukka Reverberi: «Sicuramente sento il peso della storia di Enrico, Max e Daniele ma conosco il significato della parola “rispetto”, ed in questo caso la declino cercando ogni volta di lasciare il mio tocco e sensibilità nell’andare a costruire un percorso sonoro nostro. Detto questo io una volta scioltasi la FGCI, la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani alla quale ero iscritto, non ho seguito l’avventura del PDS».

Che valore volete dare a “Spartiti”: è un side project oppure un progetto sul quale investire nel medio-lungo periodo?

Max Collini: «Al momento abbiamo diverse idee per continuare questo percorso, non ultima quella di realizzare a breve un vero e proprio album in studio che segua il disco dal vivo che abbiamo distribuito in edizione limitata a partire dal giugno scorso (libro+cd uscito per l’etichetta Secret Furry Hole). Credo ci siano molte potenzialità nella nostra sintonia artistica e umana, al momento è l’unica situazione in cui sto investendo davvero in termini creativi ed è una delle poche cose che mi ha reso sopportabili gli ultimi tempi. Se questa sintonia troverà conforto spero che l’esperienza possa quindi andare oltre alla dimensione del progetto parallelo, ma ovviamente questo non dipende solo da me ma anche da Jukka, dai sui molteplici impegni e da quanto potrà avere riscontro il nostro lavoro. In questo senso le tante date fatte nel 2014 (senza avere un booking, né promozione, né ufficio stampa) e le due ristampe consecutive del nostro cd dal vivo fanno ben sperare, visto che siamo ormai a quasi ottocento copie vendute tra concerti e per corrispondenza in sei mesi scarsi e in totale autonomia, visto che il disco non ha una distribuzione ufficiale nei negozi ed è reperibile solo ai concerti e per posta. Per una piccola autoproduzione ci sembra un risultato molto lusinghiero».

Jukka Reverberi: «Cerco sempre di mettere tutto me stesso nei progetti musicali che mi vedono protagonista. C’è l’idea di lavorare ad un album che documenti ancora meglio quest’anno e mezzo di esperienza. In sostanza vedo un futuro ma non sono capace di interpretarlo fin da ora. Andiamo avanti, andiamo avanti…».

Jukka, sono circa due decenni che fai musica in Italia e concerti anche all’estero. Cos’è cambiato in questi anni nel nostro Paese?

Jukka Reverberi: «Ho iniziato a girare per concerti in italia alla fine degli Anni Novanta: parliamo di un Paese, musicalmente parlando, completamente diverso. Alla fine del secolo scorso l’italiano era assolutamente bandito dalle musiche indipendenti, venivamo dal collasso delle esperienze legate al Consorzio Produttori Indipendenti e c’era molta voglia di qualcosa di nuovo. Forse anche lo spirito europeo che precedeva l’introduzione dell’euro rendeva internazionali anche le visioni dei musicisti di casa nostra. Ho amato quell’attitudine e quell’energia, oggi ne vedo una diversa, con un riscoperta, a volte profonda e radicale, della nostra lingua. Purtroppo ancora pochi cercano di unire l’italiano a musiche davvero nuove e suoni internazionali, cosa che invece negli anni ’90 era stata tentata. Insomma siamo diventati un poco conservatori in musica e questo non può che dispiacermi».

La mala politica di oggi è figlia del crollo delle ideologie? Insomma, da militanti (o ex militanti) come vi rapportate al marciume di questi tempi?

Jukka Reverberi: «Mi sento come un esule della politica, vorrei rientrare ma sono tenuto fuori dai comportamenti amorali e dalla mancanza di visione della classe politica odierna. Debbo anche dire che mi sento in parte colpevole per quello che succede, da ex attivista, ex iscritto ad un partito, ex facente parte degli organi dirigenti di un partito, ex candidato alle politiche per Sinistra Arcobaleno. Beh, ecco, non posso fare altro che caricarmi una parte del fallimento odierno anche sulle mie spalle, per la mia incapacità di incidere – nel piccolo – e modificare il corso delle cose».

Max Collini: «Non mi rapporto granché, lo ammetto. Non per snobismo, ma perché oltre un certo limite non ce la posso fare, nemmeno volendo. Alle regionali dell’Emilia Romagna non ho nemmeno votato, è stata la prima volta. Ho votato sempre, a volte facendomi viaggi assurdi pur di tornare in tempo e rispettare un diritto/dovere costato molto alle generazioni che ci hanno preceduto. Stavolta non ce l’ho fatta e non mi sento neanche in colpa. E dire che le mie aspettative erano e sono bassissime da molto tempo…».

Rispetto ai giovani che siete stati voi, che opinione avete di queste nuove generazioni e soprattutto degli ideali che coltivano?

Max Collini: «L’omologazione culturale e il pensiero egemone che pervade il mondo attuale sono un peso molto grosso sulla testa dei ragazzi di oggi, secondo me ancora più grande di quello del mondo diviso in blocchi che caratterizzò la mia adolescenza. E’ una generazione ingozzata di informazioni, di possibilità, di potenzialità spesso del tutto effimere a cui i disastri di quelle precedenti consegnano una realtà che appare immodificabile e in cui i modelli di riferimento non mi sembrano incoraggianti. Io da giovanotto speravo di cambiare il mondo, ora da adulto spero solo che questo mondo non cambi troppo me. Non so se le nuove generazioni abbiano una gran voglia di cambiare il mondo di oggi, in ogni caso sarebbe un compito assai complicato, devo ammetterlo».

Jukka Reverberi: «La vera differenza tra le nostre generazioni e quelle più giovani è che noi abbiamo avuto genitori che la miseria, la fatica e la passione politica che pensava di cambiare il mondo l’hanno vissuta ed in qualche modo l’hanno trasmessa pure a noi. Io per lavoro incontro molti ragazzi e cerco sempre di capire quali valori e ideali hanno ricevuto dai loro genitori: un buco nero…».

A volte ho la sensazione di avere realizzato i desideri e i sogni di qualcun altro invece che i miei, ma non credo di avere motivo di lamentarmene troppo (Max Collini)

Max, ascoltando molti tuoi testi sembra quasi che la musica ti abbia permesso di fare dell’utilissima autoanalisi. Che rapporto hai, oggi, con il Max che ricordi nelle tue canzoni? Provi tenerezza? Rabbia?

Max Collini: «Molto affetto e sento spesso la mancanza del “candore di allora”. Sono diventato più cinico, lo ammetto. Credo sia normale, sto per compiere 48 anni, sarebbe ridicolo essere la stessa persona che ero a venti. Ma se sono come sono ora è anche grazie a come ho vissuto quell’epoca e quelle esperienze. Me le tengo strette, assieme alla consapevolezza dell’età adulta».

Spartiti funziona benissimo in due. Pensate ci possa essere spazio per allargare il progetto?

Jukka Reverberi: «Sono oltre 15 anni che lavoro con un gruppo piuttosto numeroso. Lavorare in duo è un’esperienza interessante, che difenderò con il coltello tra i denti. L’altro obiettivo che ho è quello di vedere prima o poi Max schiacciare i tasti di qualche strumento».

Max Collini: «Addirittura! Allora nel caso vorrei suonare il pianoforte giocattolo di Schroeder…».

Siete ormai dei veterani della scena. Cosa vi ha dato e cosa vi ha tolto la musica?

Jukka Reverberi: «La musica mi ha fatto fare molte scelte che mi hanno fatto diventare l’adulto che sono ora. Ovvero con la testa tra le nuvole, con una melodia che inizia alle sette del mattino e finisce la notte alle due e la voglia di continuare a vivere su un palco alcune delle sensazioni migliori che la vita può riservare ad un Essere umano. Ho iniziato a suonare sui palchi in modo più o meno serio che non ero ancora un ventenne, ora mi avvicino ai quaranta: non posso dire che l’energia e le motivazioni siano le stesse, ma va benissimo così e c’è ancora la volontà di dire qualcosa, di lasciare il segno prima di scomparire e tornare definitivamente davanti alle casse dello stereo solamente come ascoltatore».

Max Collini: «Sono entrato in questo mondo molto tardi, ho fatto le prime prove ed il mio primo concerto nel 2003, quando avevo già trentasei anni. Non avevo mai preso in considerazione l’ipotesi in precedenza di salire su un palco, nemmeno per sbaglio. Mi è successo in conseguenza di una intuizione di Enrico Fontanelli degli ODP e ho scoperto delle cose di me stesso che nemmeno immaginavo di potere avere e che avrei potuto condividere in questa forma. La musica mi ha permesso di esprimere una parte di me fino a quel momento sconosciuta e con cui faccio i conti da tempo, nel bene e nel male. Resta il fatto che come Essere umano io non so se sono migliore adesso o se lo ero prima di iniziare questa mia seconda vita. Temo che la risposta potrebbe non piacermi e preferisco non farmi troppe domande. A volte ho la sensazione di avere realizzato i desideri e i sogni di qualcun altro invece che i miei, ma non credo di avere motivo di lamentarmene troppo».

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