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ASSALTI FRONTALI «Sentire i ragazzi che fanno rime per strada mi commuove sempre»

Assalti Frontali, da pochi giorni, ha pubblicato la versione in vinile di “Profondo Rosso“, per la prima volta in LP a 10 anni dall’uscita di un disco che ha indubbiamente segnato un’epoca e che ancora oggi risulta attualissimo. Ne parliamo con Militant A.

La pubblicazione in LP del disco ci suggerisce anche un parallelismo tra il passato e l’attualità. Che ricordi hai di quel periodo e di quel fermento, e soprattutto come stai vivendo questo, di periodo? 

«Bisogna andare sempre avanti nella vita ma è anche bello ritrovare un disco come “Profondo Rosso” nel suo decimo anniversario e farne un vinile rosso. Quelle canzoni nacquero dentro un movimento bellissimo che animò le strade italiane tra il 2008 e il 2010, il movimento dell’onda: studenti universitari, licei, scuole elementari che si battevano in difesa dell’istruzione pubblica contro la riforma Gelmini e il governo Berlusconi e che uscirono dalle mura delle scuole per andare nei territori e formare delle comunità e unirsi ai movimenti per le città meticce in un momento intenso, anche drammatico ed esaltante, come quando andavamo a difendere le occupazioni, le case, gli insediamenti rom, i migranti, dagli attacchi dei razzisti al governo.
Un movimento che unì le generazioni, studenti con i docenti, insieme ai bambini, ai genitori, ai centri sociali, agli abitanti dei quartieri, si respirava il desiderio di cambiare il mondo, o forse si sentiva che era uno degli ultimi momenti buoni. Uno degli slogan era “non rubateci il futuro” oppure “ci riprendiamo il presente”. È in quel clima che nacque il disco, come colonna sonora di un Rap con canzoni come “Roma meticcia”, “Cattivi maestri”, il coro “E’ stato bello? Avoja!”, ma anche “Avere vent’anni” o “Mamy”, “Lampedusa lo sa”, “Sono cool questi rom”.
Il movimento contro la Gelmini non è stato ascoltato, e con la crisi economica le cose sono peggiorate, è arrivata la troika, il governo delle larghe intese, il contesto sociale si è inaridito. Anche la musica ne ha risentito, a livello di aspirazioni culturali e di immaginario, è diventata più individualista, una corsa a fare soldi, ha perso gli ideali. Una canzone come “Spugne” ha raccontato questa sensazione».

Come hai vissuto quest’ultimo anno caratterizzato dall’emergenza sanitaria e credi che – come molti sostengono – questa esperienza renderà le persone migliori?

«Speriamo che le persone migliorino ma chissà, forse siamo andati troppo in là… Quando vedi che anche in una crisi sanitaria come questa un carro armato resta più importante di una scuola o di un ospedale nei bilanci dello Stato allora pensi che l’unica cosa che ci può salvare è la natura, la natura va avanti al di là di noi e malgrado noi».

“Profondo Rosso” contiene tanti pezzi che sono diventati degli inni. Ti aspettavi che dopo 10 anni fosse un album ancora così vivo e fresco?

«Quando uscì il disco eravamo consapevoli di aver fatto una bomba, c’avevamo lavorato tantissimo con Bonnot e Pol G, due anni di lavoro, avanti e indietro tra Roma e Bergamo, con session notturne alla fine dei live, con il Manifesto che ci doveva produrre e poi c’aveva abbandonato, è un disco che abbiamo voluto con tutte le nostre forze. Quando è uscito ricordo che pensavo: “…questo è il momento buono per smettere… al top”. Ma poi la voglia di continuare ha prevalso e per fortuna!».

Rispetto a quando hai iniziato tu, il rap è ormai il linguaggio universale delle nuove generazioni e anche a Sanremo è diventato un genere di riferimento, oltre che nei Talent. A te piace quello che ti capita di sentire in giro? La trap era ciò che mancava al rap per raggiungere un pubblico diverso rispetto agli esordi?

«Forse sì, la trap ha portato quell’atmosfera melodica di cui c’era bisogno per piacere a tutti. Ora è bello vedere che ci sono un milione di ragazzi che vogliono fare rap. E’ una bella esplosione. Sentire i ragazzi che fanno rime per strada mi commuove sempre. Il problema con la grande visibilità, con Sanremo, i Talent, è che tutto sembra puzzare subito di commerciale, di robe fatte per vendere e via. Per noi non andare a Sanremo era un tratto di identità, perché quello che ti faceva grande era la credibilità di strada che giocava su altri elementi. Ora è la porta del paradiso. Ovviamente ci sono anche belle eccezioni, ma il rap che piace a me resta quello fatto per strada, con jeans e maglietta, come arte rivoluzionaria».

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