OBSESSION Curry Barker

“Obsession” parte da idee forti. Il film parla di desideri che coviamo nel cuore, di sogni che vorremmo vedere realizzati senza considerare le possibili conseguenze. Qui la storia viene spinta all’estremo, trasformata in iperbole, ma la tematica è chiara: bisogna stare attenti a ciò che si chiede, perché il prezzo può diventare insostenibile.
Sotto un impianto horror, il lungometraggio mette in scena un’allegoria del desiderio che, se non viene governato, può ribaltarsi contro chi lo coltiva. È una tematica concreta, resa in modo visibile e insistente, che alla fine lascia addosso qualche pensiero.
Curry Barker firma una regia molto deludente. Il film non riesce mai a trovare un tono maturo e si muove invece su una chiave troppo adolescenziale, che lo rende isterico e privo di un’identità davvero precisa. La pellicola salta spesso di registro, con un’energia scomposta e diversi spunti interessanti lasciati cadere per strada. Il racconto non si assesta mai fino in fondo, ma la trama tiene comunque per buona parte, anche grazie a una tensione che non si spegne del tutto.
Il cast è il punto più debole. Michael Johnston, nel ruolo del protagonista, è piatto, senza spinta emotiva e quasi del tutto privo di presenza. Non trasmette quel senso di colpa, paura e confusione che il personaggio avrebbe dovuto portarsi addosso. Inde Navarrette ne esce un po’ meglio, muovendo un personaggio teso e nervoso in modo credibile. Non è una performance che lascia il segno, ma è sufficiente.
Il finale ogni tanto vacilla, come nella scena del bagno, dove il ritmo non regge e il montaggio perde compattezza. Però la chiusura non cerca il caos totale: il film prova ad arrivare in fondo con un minimo di ordine, senza stravolgere tutto. Non è un finale che entusiasma, ma almeno non scivola nella banalità.





















