DIGGER Alejandro González Iñárritu
Se c’è un film quest’anno destinato a spaccare in due il pubblico e a far discutere per mesi, quello è “Digger“. La nuova fatica di Alejandro G. Iñárritu è un’opera talmente sconclusionata che non ci stupirebbe affatto se tra qualche anno diventasse un cult assoluto. Nella sua totale follia, infatti, la pellicola nasconde diverse cose interessanti, oltre a una serie di spunti e intuizioni niente male. Certo, questo non toglie che l’impressione finale sia quella di un gigantesco caos narrativo, ma il sospetto è che l’intento del regista fosse proprio questo: creare un delirio controllato, un’operazione anarchica di enorme impatto visivo che a quanto pare è costata la bellezza di quasi 200 milioni di dollari di produzione. Un budget mostruoso che si vede tutto sullo schermo e che ha contribuito a creare un cast top, mettendo in fila pesi massimi come John Goodman, Sandra Hüller, Jesse Plemons, Riz Ahmed e Michael Stuhlbarg.
Al centro di tutto c’è un Tom Cruise in uno stato decisamente insolito. Cruise interpreta Digger Rockwell, un petroliere americano borderline, un miliardario senza scrupoli e totalmente fuori controllo. Ma interpreta anche Curtis Markson, l’attore che porta in scena il ricco affarista. Il problema principale è che la struttura del film è costruita come un film nel film. Per quanto questa scelta sia senza dubbio originale e concettualmente stimolante, bisogna anche dire che questo aspetto tende un pochettino a ingolfare la fluidità della trama, spezzando il ritmo e appesantendo la visione.
“Digger” non è incasellabile: è un po’ tanti generi assieme, muovendosi continuamente tra la commedia nera, il grottesco puro e la satira spietata. Ed è proprio come un frullato impazzito che va interpretato, specialmente quando parla dell’America di oggi. Guardando il film in filigrana, è facilissimo intravedere nella follia dei politici proposti lo specchio esatto della spregiudicatezza dei leader attuali. Ma la parte che colpisce di più, e che da sola vale il biglietto, è la lunghissima scena in cui il protagonista parla a un’Europa rappresentata con toni grigi, tristi e perennemente litigiosa. Il discorso che Digger fa al nostro Continente è tanto interessante quanto brutale, e non crediamoci troppo distanti da quello che gli americani pensano realmente di noi europei.
Il finale? Coerente con la natura schizofrenica del film, che non cerca scorciatoie consolatorie. Insomma, un esperimento folle, imperfetto, ma impossibile da ignorare.





























