UNA DI FAMIGLIA (The Housemaid) Paul Feig

Tratto dal romanzo di Freida McFadden, adattato da Rebecca Sonnenshine e diretto da Paul Feig, “Una di famiglia” ha il torto di presentarsi in Italia con un titolo orrendo, molto più debole e generico dell’originale “The Housemaid”.
La prima parte non promette granché: ammicca, insiste su scene di sesso kitsch che sembrano pensate più come premio visivo che come vero motore drammatico, e gira a vuoto dentro un thriller domestico fin troppo compiaciuto. Dopo mezz’ora abbondante non gli avremmo dato cinquanta centesimi. Poi però cambia qualcosa. Il film smette di fare il furbo e comincia finalmente a fare cinema: la tensione si alza, la trama matura, il meccanismo si fa più cattivo, con una seconda parte sorprendentemente solida, quasi hitchcockiana, e con echi che portano anche verso “Oldboy” di Park Chan-wook. C’è pure, sotto traccia, un discorso niente male sulla tossicità delle relazioni, soprattutto di quelle che all’apparenza sembrano perfette, ordinate, persino rassicuranti.
Il cast prende quota alla distanza: Amanda Seyfried, dentro un ruolo isterico ma non banale, trova una misura credibile; Sydney Sweeney regge bene il doppio binario tra fragilità e presenza fisica; Brandon Sklenar funziona più del previsto, anche se la regia ne usa il corpo con un certo calcolo. Solo il nostro Michele Morrone resta più indietro: troppo dentro la parte, troppo attore, poco fluido, e alla lunga poco credibile.
Il finale non è perfetto, qualche espediente si vede, ma chiude comunque bene il percorso, con una discreta raffinatezza.
Un potenziale piccolo cult? Forse sì con una regia ancora più ispirata, ma bisogna essere onesti: è una pellicola di valore.


















