KEEPER Osgood Perkins

Quando si ha a che fare con un regista come Osgood Perkins, il confronto con le sue opere precedenti è inevitabile. “Keeper” non è il capolavoro che era stato “Longlegs”, ma per fortuna non scivola nemmeno nelle derive più discutibili viste in “The Monkey” (opera orrenda). È, prima di tutto, un film serio: un horror che ha il passo dell’incubo, un viaggio allucinato dai tratti spesso onirici, che lavora più sulle percezioni che sugli effetti immediati. La storia ha qualcosa di profondamente claustrofobico e sembra costruita quasi con un impianto teatrale. Gli spazi chiusi e il forte focus sui personaggi avvicinano molto ciò che accade in scena allo sguardo dello spettatore, creando un coinvolgimento che cresce poco alla volta. In questo equilibrio funzionano molto bene i due protagonisti, Tatiana Maslany e Rossif Sutherland, entrambi capaci di reggere un film che vive soprattutto sui loro sguardi, sui silenzi e su un rapporto che diventa progressivamente più ambiguo. Ma il vero motore resta la regia di Perkins. La sua macchina da presa accompagna lo spettatore dentro l’incubo con movimenti precisi, immagini disturbanti e un clima costante di inquietudine. Non c’è mai la sensazione che il film voglia correre: preferisce insinuarsi lentamente, costruendo un’atmosfera carica anche nei momenti più quieti.
Per buona parte della durata la storia procede con sicurezza, mantenendo un equilibrio tra mistero e suggestione. Nel finale alcuni nodi vengono sciolti, e non tutti con la stessa precisione: qualcosa appare un po’ affrettato, e qualche passaggio avrebbe meritato più spazio. Eppure la pellicola, anche quando sembra sbandare, riesce a rimettersi subito in carreggiata. Le ultime sequenze hanno una forza visiva notevole e chiudono il cerchio in modo convincente, trovando una misura che, pur con qualche limite, funziona.
Guardando all’intera filmografia di Perkins, il quadro appare sempre più chiaro: tra i suoi lavori ci sono film riusciti come questo, un vertice come “Longlegs” e anche qualche scivolone, come il già citato “The Monkey”. Resta però l’impressione di un autore che con la macchina da presa sa davvero cosa fare. E forse non è azzardato pensare che sia uno dei pochi registi della sua generazione che tenta, ogni volta, di reinventare l’horror muovendosi in una zona dove il passato del genere incontra il presente e prova a rinnovarsi.












