HER PRIVATE HELL Nicolas Winding Refn
Piccola premessa. La serata del 28 settembre era iniziata sotto i migliori auspici. Tornare in sala per gustarsi il restauro in 4K di “Drive”, seguito da un’intervista in diretta con Nicolas Winding Refn, è esattamente il tipo di evento-esperienza che riavvicina le persone al grande schermo. Un’iniziativa azzeccata per cui vanno fatti solo i complimenti. Il problema, purtroppo, è arrivato subito dopo, quando si sono spente le luci per l’attesa novità: “Her Private Hell“. Se pensavamo di aver già toccato il fondo con le derive inconcludenti di “Megalopolis” di Coppola, il vuoto di “The Shrouds” di Cronenberg o il recente “Mother Mary” di Lowery, il regista danese è riuscito nell’impresa di superare il segno. In peggio.
Diciamolo chiaramente: ci troviamo davanti a un’opera totalmente sconclusionata. Refn mette in scena una parabola fiabesca, ma con un approccio talmente pretenzioso da risultare indigesto. La trama, di per sé debolissima, non ha né capo né coda. La splendida cura per le luci al neon e le inquadrature feticiste – che ormai sanno di già visto e ricalcano stancamente i suoi vecchi stilemi – non bastano più a salvare la baracca.
Tolto l’impatto visivo, resta onestamente pochissima cosa. Il film crolla sotto il peso dei suoi stessi difetti:
• Dialoghi imbarazzanti: Scambi di una banalità sconvolgente che vorrebbero sembrare profondi ma risultano solo scritti male.
• Montaggio disastroso: Invece di dare ritmo al racconto e fluidità alla visione, le scelte finiscono per appesantire ulteriormente una narrazione già zoppicante.
• Astrattismo fuori fuoco: Un misticismo futuristico e cosmico del tutto fuori luogo, che non comunica nulla e annoia a morte lo spettatore già dopo i primi trenta minuti.
In tutto questo caos, spiace quasi per il cast. I poveri protagonisti, guidati da Sophie Thatcher e Charles Melton, cercano in tutti i modi di barcamenarsi e dare un senso ai propri personaggi, ma senza una direzione solida alle spalle il risultato è tutt’altro che accettabile.
L’unica vera nota lieta della pellicola è la colonna sonora: le musiche firmate da Pino Donaggio sono molto interessanti, valide e capaci di regalare gli unici sprazzi di reale qualità a una visione altrimenti piattissima.
Il finale si rivela a dir poco liberatorio. Sfilacciato e onirico come tutto il resto del minutaggio, ha se non altro il grandissimo pregio di decretare la parola fine.
Questa volta il giochino intellettuale non funziona, “Her Private Hell” sa tanto di vera e propria tortura cinematografica.





























