ODDITY Damian McCarthy

“Oddity” parte da alcune intuizioni tutt’altro che banali e costruisce attorno a esse un’atmosfera di mistero efficace, sospesa tra lutto, presenze inquietanti e segreti che affiorano lentamente.
Damian McCarthy lavora con attenzione sulla tensione, sfruttando gli spazi, i silenzi e una messa in scena essenziale per creare un senso di minaccia costante. Quando sceglie di fare paura, il film sa essere convincente: evita spesso l’eccesso e trova nei dettagli, nelle attese e nelle immagini più disturbanti i suoi momenti migliori. Non tutto, però, mantiene lo stesso livello. Alcuni passaggi della trama appaiono poco solidi, mentre le interpretazioni risultano diseguali e non sempre riescono a dare spessore ai personaggi. Anche il finale, pur coerente con le premesse, lascia la sensazione di una conclusione meno incisiva di quanto il percorso avrebbe potuto suggerire.
“Oddity” resta così in una zona intermedia: non è un film debole, ma nemmeno un’opera davvero coinvolgente o capace di sviluppare fino in fondo le proprie idee. Gli va però riconosciuto il merito di provare a spingersi oltre alcuni schemi consolidati dell’horror, cercando una dimensione più ambigua e personale.





























