PRIMETIME Lance Oppenheim
La televisione non ha mai avuto paura del sangue. Ha solo imparato a confezionarlo meglio per la prima serata. Con “Primetime“, Lance Oppenheim prende l’estetica della provocazione e ci costruisce sopra un thriller psicologico che viaggia a ritmo altissimo, almeno all’inizio.
Prodotta da A24 (con un team di vari produttori che schiera, tra gli altri, Ari Aster e lo stesso Robert Pattinson), la pellicola non vuole semplicemente raccontare una storia di ossessione mediatica. Vuole sezionarne i meccanismi, senza concedere sconti a chi guarda. Il film poggia su fondamenta reali molto solide: la sceneggiatura si ispira direttamente alla clamorosa inchiesta giornalistica di Luke Dittrich “Tonight on Dateline This Man Will Die”. È il dietro le quinte spietato di “To Catch a Predator”, lo show che nel 2006 trasformò la caccia online ai predatori sessuali in un reality di enorme successo, prima che un drammatico blitz in Texas finisse in tragedia.
Visivamente l’operazione è un piccolo gioiello sperimentale. Oppenheim e il direttore della fotografia David Bolen scelgono un formato in 4:3. Questa visione quadrata e claustrofobica evoca lo schermo dei vecchi televisori a tubo catodico, stritolando i personaggi nell’inquadratura. Molto azzeccata anche la fotografia, che lavora su tonalità acide, sporche e sature per restituire la paranoica atmosfera della prima frontiera digitale degli anni Duemila. In mezzo a questo ingranaggio brilla un Robert Pattinson sempre bravo. Qui l’attore si conferma una figura totalmente camaleontica. Riesce a muoversi tra le pieghe morali di un conduttore cinico, egocentrico e magnetico con naturalezza. È l’ennesima prova di livello per un interprete che prima o poi dovrà portarsi a casa un premio di quelli che svoltano una carriera. In generale, il cast di supporto gira a memoria: su tutti Merritt Wever e Skyler Gisondo.
Il problema vero emerge quando si guarda la pellicola in filigrana. Se la prima parte aggancia e gestisce la tensione con un ritmo eccellente, nella seconda metà il film si incarta su se stesso. La sceneggiatura perde lucidità, non riesce a giocare di sottrazione e manca l’appuntamento con il finale d’impatto. Le tessere del puzzle smettono di incastrarsi, e non si percepisce mai quella spinta emotiva necessaria a determinare la chiusura del cerchio. Una mezza frenata che lascia l’amaro in bocca per un’opera che accarezza la grandezza senza riuscire ad afferrarla davvero.





























