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Foto di Alex Astegiano

CRISTIANO GODANO «Non faccio musica per soddisfare il mio ego»

Senza lanciarsi in classifiche di merito, Cristiano Godano è uno dei pochissimi artisti italiani che nell’attraversare l’ultimo ventennio ha mantenuto intatto il talento espressivo degli esordi. Un caso raro. Quasi un’eccezione utile a confermare tante regole. “Pansonica” è l’album che celebra i primi venticinque anni di carriera suoi e naturalmente dei Marlene Kuntz.

 

“Pansonica” sembra mettere un “punto e a capo”. Hai chiaro il percorso che intraprenderà la band nei prossimi mesi?

«No, non è un punto e a capo. E’ uno dei tanti passi fatti in avanti nella nostra carriera. Non riusciamo a ragionare in termini così netti come “ora mettiamo un punto e a capo e svoltiamo”. Facciamo musica, facciamo cose, proviamo a superarci. E va da se che dunque non ho per nulla chiaro il percorso che intraprenderemo. Ma non me ne preoccupo fino a che non comincerò a pensare a pezzi nuovi, nel 2015».

Negli Anni Novanta sembrava che un pubblico nuovo stesse nascendo, massivo, numeroso, fatto di gente costitutivamente attratta e legata alla cultura rock e alternativa. Ora, per quel che mi riguarda, le cose non sono andate così

Degli anni che “Pansonica” celebra, c’è qualcosa che rimpiangi?

«Non ho sentimenti retroattivi e cerco sempre di vivermi al meglio il mio presente (non guardo nemmeno molto al futuro in fondo, non certo da un punto di vista artistico). Però è innegabile che negli Anni Novanta sembrava che un pubblico nuovo stesse nascendo, massivo, numeroso, fatto di gente costitutivamente attratta e legata alla cultura rock e alternativa. Ora, per quel che mi riguarda, le cose non sono andate così, e non sento nessuna responsabilità da parte dei musicisti, che hanno dato sempre il meglio di se stessi e sono cresciuti professionalmente. Lo dimostrano gli attestati di stima che molti di noi ricevono dai loro colleghi e amici stranieri, che con noi collaborano gioiosamente».

Anni fa in un’intervista che facemmo, dicesti che le atmosfere di “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick erano per te fonte di ispirazione. Quali altri film hanno ispirato la tua poetica negli ultimi tempi?

«In verità non è frequente che un film mi ispiri. Citai “Barry Lyndon”, credo di ricordare, più per far capire che la mia ispirazione può avere diverse origini, fra cui il confronto con altre opere d’arte (e nello specifico della tua domanda, il cinema). Più che un film con il suo soggetto e la sua trama, da un’opera cinematografica posso trarre giovamento per un mia creazione in modo più sottile: una espressione di un viso (e in “Barry Lyndon” in tal senso c’è da divertirsi e emozionarsi a non finire), un sentimento bene espresso, una visione. Cose così».

Un po’ come la mozzarella di bufala vanti un sacco di tentativi di imitazione. L’essere considerato un punto di riferimento per tanti esordienti e fans è una responsabilità, una soddisfazione oppure è qualcosa che non interessa al tuo ego?

«Una soddisfazione di sicuro, una responsabilità in parte (nel senso che la sento ma non me ne faccio vincolare), un disinteresse direi proprio di no. E lascerei da parte il mio ego: non faccio musica per soddisfare il mio ego, ma per fare la cosa più bella che io possa fare nella vita. Per vivermela nel modo più stimolante possibile (o meno mortificante e frustrante possibile)».

Visti dal palco (e non solo) che opinione hai di queste ultime generazioni? Ti piacciono i giovani di oggi?

«Non mi pare che mi dispiacciano, questo no. Soprattutto quelli che vedo dal palco: se vengono a vedere, da giovani, una band come i Marlene, soprattutto al giorno d’oggi che non siamo più “di moda”, vuol dire che sono esseri pensanti e che scelgono per se stessi qualcosa che li impegna da un punto di vista mentale/intellettuale. Questa per me è una soddisfazione immensa. Soprattutto se si pensa che il nuovo media imperante (la rete) porta la gente agli atteggiamenti veloci e superficiali, al disimpegno e alla sovrana distrazione: e se vuoi apprezzare il nostro gruppo tutto ti puoi permettere tranne che queste componenti. Per cercare di capirci serve pazienza e disponibilità, e zero infrastrutture precostituite. Insomma: io penso abbastanza bene dei giovani d’oggi, considerato che i loro parametri di riferimento sono davvero del tutto diversi da quelli delle generazioni precedenti. Internet è una rivoluzione, e noi gente più anziana di loro siamo inevitabilmente spaesati rispetto a loro».

Nessuno in Inghilterra o in America si sogna di triturare i coglioni ai Radiohead o ai pincopallo se vanno a promuoversi in programmi di larghissima diffusione. E infatti loro hanno il rock come cultura costitutiva, noi no

Perché in Italia è così difficile accettare che un gruppo, partendo da posizioni indie, possa avere l’ambizione di portare il proprio progetto anche in palchi più nazional-popolari come Sanremo?

«Perché qui in Italia la frangia di pubblico che nella vita ha valori non conformisti (e quindi sta più o meno a sinistra, non è conservatrice, anzi è sedicente alternativa, eccetera) è fatta di malmostosi votati all’auto-massacro dei “se” e dei “ma”, delle dispute e dei “dibattiti”. E, come la sinistra, il pubblico che segue certe cose si massacra e massacra senza mai avere atteggiamenti costruttivi e di coesione, di fortificazione, di compattamento, di squadra. Nessuno in Inghilterra o in America si sogna di triturare i coglioni ai Radiohead o ai pincopallo se vanno a promuoversi in programmi di larghissima diffusione. E infatti loro hanno il rock come cultura costitutiva, noi no».

Se ti guardi attorno, c’è qualche nuovo artista in Italia che in questo momento possiede quella scintilla che vi ha permesso di fare una carriera così grandiosa?

«Mi dispiace: non so rispondere a questa domanda».

 A te la Laurea in Economia è servita a poco visto che hai intrapreso un altro percorso professionale. Il famoso “pezzo di carta” è utile oppure è semplicemente uno status? 

Sorride: «E boh. Io direi che è utile nella vita non essere ignoranti: e se uno si laurea dovrebbe scampare il tal pericolo. Poi tutto il resto che arriva ha molto a che fare con la tempra di ciascuno».

Che tipo di studente era Cristiano?

«Cristiano era uno studente assolutamente di medio/bassa statura, con pochissimi guizzi e poche intuizioni particolari».

L’ultima cosa che ti chiedo è sul rap, che sembra essere diventato un genere di riferimento in questi ultimi anni per giovani e discografici. Posso chiederti se è un tipo di musica che ti incuriosisce e se in Italia c’è qualche progetto che strappa i tuoi favori?

«Mi piace molto il rap, potenzialmente. La vecchia scuola dei vari Public Enemy e tutto il mondo a loro coevo l’ho seguita abbastanza all’epoca, e alcune cose mi esaltavano davvero. Cioè: quando è figo, è figo proprio. Purtroppo ammetto di non seguire la scena italiana, ma sono convinto che vi siano cose decisamente interessanti o comunque trascinanti all’ascolto».

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