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CLAUDIO COCCOLUTO «Ogni sera cerco la serata perfetta, anche se so bene che non esiste»

Brutto colpo nel mondo della musica e del clubbing, tra i settori più colpiti dalla pandemia, per la scomparsa di Claudio Coccoluto, 59 anni, dj di statura internazionale da 40 anni protagonista dell’avanguardia in consolle. L’artista, originario di Gaeta, in provincia di Latina, dove aveva iniziato ad appassionarsi di giradischi, si è spento proprio oggi, martedì 2 marzo, alle 4.30 nella sua casa di Cassino, accanto alla moglie Paola e ai figli Gianmaria e Gaia.

Qui una sua vecchia intervista che ci aveva rilasciato anni fa.

«Il dj è prima di tutto un comunicatore». Schietto, pungente, estroso ma con stile. Claudio Coccoluto da Gaeta, classe 1962, è il più famoso deejay italiano. E’ il deejay che all’estero ci invidiano e che in Italia (piaccia o no) da anni segna il passo.

Partiamo da Sanremo, che per antonomasia è il Festival. Tu qualche anno fa sei stato membro della giuria della kermesse canora. Che ricordi conservi di quella esperienza?

«Sanremo, per dirla in romano, è “‘na caciara”, è un vortice. Il Festival non è altro che la scenografia di uno show televisivo, lì il pubblico e le canzoni sono solo delle comparse. Io avrei un’idea per rilanciarlo…».

Quale sarebbe?

«Provare a farlo radiofonico, un Festival di Sanremo radiofonico».

Durante quel Festival, quello in cui partecipasti come giurato, Amedeo Minghi ti attaccò in diretta. Sai che quel momento di televisione è passato alla storia?

«Io adoro Amedeo Minghi, non gli porto rancore. Dopo quell’attacco ricevetti tante testimonianze d’affetto. Amedeo mi ha fatto da… sponsor».

Attualmente quali sono le città italiane dove c’è più vitalità culturale?

«Non ho dubbi: Torino, Roma e Catania».

E all’estero?

«La Germania è al centro dell’attenzione in questo momento: c’è organizzazione e un modo di lavorare “aggressivo”, insomma, gli artisti spingono forte sull’acceleratore. Attenzione anche ai Paesi dell’Est e all’Asia, non mi sorprenderei se nei prossimi mesi si imponesse all’attenzione dei media e del pubblico un dj cinese».

I djs italiani fanno ancora tendenza all’estero oppure siamo considerati artisti di Serie B?

«I djs italiani sono apprezzatissimi all’estero, perché sanno mettere in pista le loro emozioni, le loro passioni, la loro fantasia, il loro spirito artistico».

Come si costruisce la credibilità di un deejay?

«Semplice, lasciando un buon ricordo di sé dove si è suonato».

Esiste competizione, rivalità fra i djs?

«Assolutamente sì, e chi dice il contrario è un bugiardo. Il nostro è un lavoro che per forza di cose crea competizione: ogni dj punta ad essere il più bravo. Però non mi piace quando si travalicano certi steccati».

Spiegati meglio…

«Per me la lealtà è un valore, e la musica è un piacere da condividere. Non mi piace quando la rivalità sfocia in litigi o invidie».

Le tue serate sono sempre molto stimolanti. Tu, però, come vivi le tue performance, quali obiettivi ti poni ogni volta che sali sulla pedana?

«Amo ciò che faccio, credo in ciò che faccio. Ogni sera cerco la serata perfetta, anche se so bene che non esiste. Se ho davanti a me 3.000 persone e 2.999 ballano, cerco di concentrarmi su chi invece resta immobile annoiato».

Si programma un set?

«Non programmo mai nulla a tavolino, preferisco lasciarmi “travolgere” dal contesto, dal posto, e poi dare campo libero all’istinto».

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