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Foto di Michele Piazza

CRISTIANO GODANO «Il pensiero di chi muore in solitudine mi strugge»

In periodi di smarrimento ci si aggrappa alle letture, alle fascinazioni delle arti, e anche a chi – nella sua carriera – ha saputo decifrare con sensibilità e lucidità bellezze e contraddizioni della nostra epoca. Ecco il motivo per cui abbiamo chiesto a Cristiano Godano, leader dei Marlene Kuntz e artista dalla penna sopraffina, di aiutarci a “svelare” queste giornate di marzo che sembrano claustrofobiche. A lui abbiamo posto vari interrogativi, mettendo per una volta da parte la musica.

L’attualità è ingombrante. Pensi che questa situazione e questo riscoprirci terribilmente vulnerabile davanti a un nemico invisibile possano portare – alla fine – a qualcosa di nuovo, a una presa di coscienza (dei singoli) diversa rispetto al passato?

«Chi lo sa… Queste sono risposte più adatte a un sociologo, anche se l’artista dovrebbe avere dalla sua una buona riserva di intuizioni per provare a immaginare qualcosa di interessante da dire. L’argomento è complesso e tante sono le diramazioni del pensiero possibili per rifletterci su, dall’etica all’economia, dalla salute alle dinamiche sociali, dal miglioramento delle relazioni umane all’inquinamento dell’antropocene e quant’altro. Di sicuro quel “qualcosa di nuovo” è un auspicio di molti, mi sembra, e io, come tutti questi molti me lo auguro. Ho impressione che la maggior parte di questi molti potrebbe essere proveniente dalla gigantesca fetta di umanità che sta sul lato sconveniente della forbice, quello frustrato da una discriminazione sempre più intollerabile fra i pochissimi ricchi (ricchissimi) e i tantissimi non ricchi (o semplicemente poveri-quasi-poveri) che popolano il pianeta».

Spiegati meglio…

«Come dopo una guerra (e infatti oramai quasi tutti ritengono che il virus ci abbia portati a una guerra) ci si immagina una bella tabula rasa che faccia ripartire un po’ di cosucce da zero: non credo che sarà proprio così, ma sarebbe bello che ci si avvicinasse. Per me molto è connesso con la tecnologia: Internet è una opportunità enorme per pochissimi (tutti quelli che sanno sfruttare il peggio della comunicazione – concetto sempre più invadente e sempre più detestabile – basata sull’azzeramento delle complessità e del senso critico a favore di un pensiero e un gusto ridotti a pochi banali paradigmi di riconoscimento… la comunicazione domina il mondo e si arricchisce spegnendo i cervelli della gente. Internet agevola tutto ciò), per tutti gli altri un luogo che ci offre sì alcune fantastiche cose “a gratis”, ma che ci prende anche “a gratis” quasi tutto (è il musicista in me che sta parlando ora, ma il discorso è allargabile sempre più a tantissime altre categorie). Sarebbe bello che alla fine della guerra la componente umana tornasse ad avere un po’ più di importanza relativa (ora che siamo tutti davanti ai nostri device e senza possibilità di abbracci reali ci rendiamo conto di quanto gli abbracci reali ci manchino), a scapito della discriminazione suddetta fondata sulla fagocitante preponderanza della tecnologia. Dico queste cose non con la fobia del luddista, ma con la consapevolezza del colpìto che ha letto svariate cose sull’argomento. Ma ripeto: questo è solo una delle possibili riflessioni (ben poco approfondita, e la prima contro cui istintivamente mi è venuto di scagliarmi) che determinano l’auspicio di cui parlo e che mi sembra sottendi anche tu».

Che ruolo può avere, oggi, in questo momento, un artista: intrattenere comunque il pubblico usando i mezzi a disposizione, oppure cercare di elaborare questi giorni provando di conseguenza a dare – tramite l’arte – una chiave di lettura?

«Mi sembra che ognuno possa fare come crede: penso siano ruoli importanti entrambi. Il primo svolge una azione subitanea, di conforto nel contingente (e di autoconforto per gli artisti che hanno particolare bisogno del contatto col loro pubblico), il secondo nutre l’anima con tempistiche meno legate all’istantaneità e più alla elaborazione nel durante e nel poi (quante opere d’arte in ogni campo vengono assimilate – fin che dura la memoria storica – con qualche tipo di compassione e compunzione dalle generazioni future che meditano su quanto gli artisti hanno saputo esprimere a riguardo dei drammi dell’umanità appena vissuti?). Io finora ho fatto entrambe le cose, ma prevale ancora lo smarrimento che mi porta a non saper sfruttare al meglio l’opportunità del tanto tempo a disposizione».

Da cittadino, invece, come stai vivendo questo momento così particolare e carico di tensioni?

«Sono estremamente colpito dalla qualità terribile della terapia intensiva a cui si viene sottoposti se aggrediti dal virus: si rimane soli con la propria paura, con il proprio dolore, con la propria disperazione, estirpati dalla propria quotidianità all’improvviso, senza possibilità di godere del sostegno dei propri cari che non possono venirti a trovare. E il pensiero di chi muore in solitudine mi strugge. Ma è struggente anche la sofferenza dei parenti stretti, che non possono far altro che stare a sentire via telefono cosa sta accadendo al proprio caro in ospedale, e, se morrà, non potranno compiangerlo al cimitero con tutti gli altri parenti, a cui sarà vietato di assistere al funerale. Tipologia di casi che immagino piuttosto ricorrenti in una guerra. Ma sono così tante le categorie a cui va il pensiero compassionevole… Chissà a quanti è capitato ad esempio di pensare ai cosiddetti barboni, che una casa per “restare a casa” non ce l’hanno e si ritrovano persi in una città svuotata di umanità… Certo, forse avranno meno possibilità di contrarre il virus, ma quanto atroce è la loro solitudine?».

Tu hai sempre avuto familiarità nel descrivere i luoghi dell’anima – dalla rabbia, alla passione, passando per tante altre sfumature – la tua sensibilità invece come si rapporta con questi luoghi reali – le nostre città – “spogliati” di ogni forma di umanità? Che sensazioni ti provocano?

«La città svuotata di per sé ha il suo fascino: come ce l’ha i giorni di Ferragosto, quando alcuni amano proprio non muoversi per godersi la quiete del silenzio. E’ di sicuro una visione un po’ decadente, ma, ripeto, ha il suo fascino. Un fascino di natura più che altro estetica, ma non solo. Non so quanto prevarrà in me questa sensazione: non son sicuro che questa risposta sarebbe infatti uguale a se stessa se mi venisse fatta la stessa domanda dopo tre o quattro mesi che fossimo (eventualmente) chiusi in casa per quarantena… (che poi a ben pensarci i coprifuoco delle due guerre mondiali credo abbiano generato quarantene altrettanto frustranti e forse ben più lunghe…). Insomma: prevale questa visione in me, per ora. Ma per le nature estroverse credo sia angustiante non vedere anima viva in giro per le vie consuete della propria quotidianità».

Chiusi in casa, e talvolta in una condizione di solitudine terribile, cosa può avvicinarci alla felicità?

«Tutti i valori che il tempo a disposizione ci permette, se abbiamo buona volontà, di riscoprire e di cui nella nostra vita “com’era prima” non riuscivamo più a godere. E poi l’arte è di sicuro sostegno: leggere libri, ascoltare musica, guardare film. L’importante è riuscirci a staccare da tutto e allontanare il pensiero negativo (cosa difficilissima, non ho problemi ad ammetterlo) per dedicarsi alla ricezione, meglio se mettendo in moto il potere curativo dell’immaginazione: magari tutto ciò non dona la felicità, ma aumenta la possibilità di allontanarsi dalle negatività. (Questa cosa è in verità valida sempre, mica solo in tempi di guerra o di virus: ma se nella vita “normale” uno non ha il tempo, ora di tempo, volenti o nolenti, ce n’è di sicuro)».

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