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LANA DEL REY Chemtrails Over The Country Club

"Chemtrails Over The Country Club" ci obbliga a ripeterci. E ci rendiamo conto che potrebbe sembrare di parte parlare sempre bene dei dischi di Lana Del Rey. Il rischio di apparire fans più che recensori obiettivi lo accettiamo, forti del fatto che anche volendo, faremmo fatica a parlar male di questo settimo lavoro in studio dell'artista americana. "Chemtrails Over The Country Club" è un disco di canzoni, essenziali. L'elettronica è quasi assente e tutto ruota attorno a Lana e Jack Antonoff che hanno co-scritto le 11 tracce in scaletta cercando di creare un equilibrio fra pop e folk. Per…

Score

QUALITA' - 80%

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lana del rey chemtrails

Chemtrails Over The Country Club” ci obbliga a ripeterci. E ci rendiamo conto che potrebbe sembrare di parte parlare sempre bene dei dischi di Lana Del Rey. Il rischio di apparire fans più che recensori obiettivi lo accettiamo, forti del fatto che anche volendo, faremmo fatica a parlar male di questo settimo lavoro in studio dell’artista americana.

“Chemtrails Over The Country Club” è un disco di canzoni, essenziali. L’elettronica è quasi assente e tutto ruota attorno a Lana e Jack Antonoff che hanno co-scritto le 11 tracce in scaletta cercando di creare un equilibrio fra pop e folk. Per certi versi è un album vecchio stampo, che rimette al centro di tutto la qualità della proposta musicale. Forse è anche il disco dove la Del Rey canta meglio: un pezzo come l’iniziale “White Dress” impressiona proprio per la maestria con il quale viene eseguito, e il colpo viene replicato anche con la title track, con la deliziosa “Dark But Just A Game”, con “Yosemite” e con “Breaking Up Slowly”. Curioso come “Wild At Heart” rimandi l’ascoltatore a un passaggio melodico di “Wonderwall” degli Oasis.

Ormai gli indizi iniziano a essere tanti. La Del Rey è da anni che sforna dischi a intervalli regolari e sono sempre lavori di altissima qualità, stilosi, privi di fuffa, cantati bene, prodotti alla grande, che ricamano un immaginario preciso dentro il quale è sempre possibile riconoscere l’artista che era agli esordi. A voler essere cattivi si potrebbe dire che sono sempre “gli stessi dischi”, che c’è poca divagazione attorno al tema centrale che tanta fortunata ha portato finora all’artista americana, cioè quella “soleggiata cupezza” che è diventata un marchio di fabbrica, ma sarebbe una valutazione superficiale a nostro avviso, perché non terrebbe conto di un percorso che finora è sempre stato di altissimo livello.

In conclusione: esclusi un paio di episodi, il resto è un campionario di potenziali singoli.

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